mercoledì 2 luglio 2008

Harambee: Un esempio di solidarietà Kenyana


Oggi pomeriggio sono stato a casa di Kaimenyi. C’era la Harambee, o Maketha in Kimeru, perche’ sua sorella ha ricevuto la possibilta’ di iscriversi alla scuola per tecnici di laboratorio, ma a casa non ci sono soldi.
Perdere l’occasione del college sarebbe stato un peccato perche’ e’ cosi’ difficile entrarvi, ma anche iscriversi costituisce un peso che le povere finanze della famiglia non riescono a sostenere.
Ecco perche’ hanno organizzato la HARAMBEE.
Si tratta di una festa popolare, in cui ci sono musiche e canti. Quando arrivi, qualcuno ti accoglie con una brocca di acqua calda per farti lavare le mani; poi ti viene offerto il pranzo, e quindi ti siedi tranquillamente nel cortile della famiglia che ha organizzato la funzione, parlando con gli altri membri del villaggio che sono intervenuti numerosissimi. (...continua...)

Dopo un po’ di tempo il coordinatore della festa (master of ceremony), usando un microfono collegato a dei grossi amplificatori presi a prestito, comincia la Maketha vera e propria: ci sono beni in natura che vengono venduti all’asta. Ogni singolo prodotto (puo’ essere una gallina, una canna da zucchero, frutta o uova) e’ presentato all’assemblea con un prezzo di base simbolico. A questo punto inizia la gara di solidarietà. I presenti cominciano ad alzare il prezzo fino a quando non si trova un nuovo acquirente: a questo punto, con solennità il master of ceremony conta fino a 3 e poi aggiudica l’oggetto in questione a chi ha offerto di piu’.
La cosa continua per molte ore: la gente si diverte e sorride. Partecipano in tanti; si scherza insieme. E’ davvero una festa di villaggio. Anche i poverissimi, riconoscibili dai miseri vestiti e a volte dalla assenza di calzature, vogliono contribuire con i pochi scellini a loro disposizione. I bambini poi sono i signori della festa: si rincorrono qua e la’, ridono e danzano; mangiano frutta e si divertono a ripetere le azioni dei grandi.
Alla fine della festa, prima della preghiera conclusiva, ognuno si presenta personalmente alle persone che hanno organizzato l’Harambee, e consegna, in busta chiusa, quanto aveva deciso di dare.
Il pomeriggio odierno e’ stato molto positivo per Kaimenyi. La gente e’ stata assai generosa, e la cifra raccolta supera l’ammanco ancora necessario per poter pagare la scuola. Lo vedo molto felice, e mentre ritorno a piedi verso l’ospedale, rifletto su questa idea solidale che ho visto solo in Kenya.
L’Harambee e’ un concetto molto profondo, ed anche semplice nello stesso tempo: si parte dalla considerazione che tutti, prima o poi, possono essere nel bisogno. Oggi sono io ad avere un problema: puo’ essere un ricovero ospedaliero, un intervento chirurgico o un corso di studi da pagare come nel caso di oggi a Chaaria. Domani sara’ il mio vicino ad essere nelle stesse condizioni. E’ quindi naturale che io aiuti i miei compaesani nella necessita’, perche’ se oggi lo faccio io, posso essere sicuro che domani loro faranno altrettanto quando le difficolta’ arriveranno a casa mia. Questo e’ davvero un bel concetto di solidarieta’ tra poveri, e noi Europei dobbiamo imparare molto da loro. Io per esempio non l’ho mai visto fare in Italia!
L’Harambee si basa poi su un’altra idea forza che a me piace moltissimo e che potremmo sintetizzare come: “l’unita’ fa la forza!”. Infatti, anche se ognuno puo’ contribuire solo pochi scellini, ma tutti partecipano generosamente e massivamente, alla fine della giornata si raccolgono cifre impensate di denaro. E’ come una circolazione di ricchezza che la popolazione mette collettivamente a disposizione di un membro in un momento particolare della sua vita, sicura che poi il favore verra’ restituito a tempo debito.
Che bella questa idea, che dovremmo esportare anche in Italia.
Grazie Kenya; grazie gente povera che sapete insegnare ai ricchi. HARAMBBE KENYA
Ciao Fr Beppe

PS: HABARI ZETU (NOSTRE NOTIZIE)
1) Nei giorni scorsi le autorita’ civili hanno mandato il trattore a spianare le strade circostanti l’ospedale. E’ stato un grande dono per la nostra missione. Ora l’accesso e’ migliorato molto, anche per i pazienti che vi giungono con il matatu. La strada e’ molto meno disagevole, e si puo’ raggiungere Meru in circa 45 minuti usando la via di Giaki.
Altra buona notizia per i prossimi volontari e’ che SAFARICOM ha ultimato la collocazione di un’antenna sulla collina dietro l’ospedale. Ora abbiamo network e non ci saranno piu’ probemi a mandare e ricevere sms, o a chiamare l’Italia anche dall’ospedale.

2) Ringrazio anche il Signore che ha guidato la mia mano durante un intervento chirurgico molto difficile. Una donna Rendille, proveniente dal Nord, ed incapace di parlare in Inglese o Kiswahili, e’ stata ricoverata per una enorme massa addominale che le impediva anche di camminare. Eravamo indecisi se potevamo aiutarla oppure no, anche per la totale barriera linguistica (nessuno dello staff locale conosce la lingua Rendille)… ma poi ci siamo incoraggiati a vicenda…”. E’ molto povera, e non puo’ pagare nessun altro ospedale. Ha speso tutti i suoi soldi per il trasporto fino a Chaaria: vogliamo mica mandarla via!!!”
Cosi’ ci abbiamo provato, abbiamo comunicato a gesti; l’abbiamo fatta firmare facendole apporre l’impronta del pollice sulla cartella, e l’abbiamo accompagnata in sala.
L’intervento e’ stato lungo ed estenuante. Abbiamo finito ieri sera alle ore 23, ma, thanks be to God, ce l’abbiamo fatta: abbiamo rimosso la massa, che e’ si’ di natura tumorale, ma pare benigna. La donna si e’ svegliata benissimo, e, quando ha visto quella cosa che le reggevo davanti agli occhi, si e’ messa ad applaudire e a indicare il cielo: anche senza sapere la sua lingua so che ha detto grazie sia a me che a Dio Padre. Ringraziate Dio con me per questi doni a vantaggio dei piu’ poveri.

3) Anche oggi il Signore ci ha chiesto di aiutare qualcuno che stava per morire anche se non lo sapeva: in serata abbiamo ricevuto una coppia che proveniva dal Tharaka. Avevano camminato tanto. La moglie aveva un forte mal di pancia e pensava di avere l’ameba. Non voleva l’ecografia perche’ non aveva soldi. Pero’ a me e’ venuta l’ispirazione di non accettare questa condizione. Le ho proposto di fare l’esame gratuitamente… e meno male che l’ho fatto: gravidanza extrauterina ormai complicate da emorragia interna. La mamma pero’ anche stavolta rifiutava l’operazione… aveva paura!!
Con l’aiuto del marito l’abbiamo convinta e l’intervento e’ riuscito a fermare velocemente i vasi che sanguinavano. Il marito ci ha donato una sacca di sangue e prima delle 22 la mamma era sveglia e tranquilla nel letto del reparto. Al marito abbiamo offerto la cena ed un materasso con coperta in sala d’aspetto: tornera’ a casa domattina, perche’ sono quasi 6 ora di cammino.

4) Ricordiamo con affetto ed amicizia un volontario di Chaaria: Gianni Quiri. Ha grossi problemi di salute ed ha bisogno della nostra preghiera.

Ciao. Beppe.
PS 2: E' MIA INTENZIONE DI DARE UNA SVOLTA RADICALE AI NOTIZIARI CHE VI MANDO. CREDO CHE IO MI SIA UN PO' LASCIATO PRENDERE DAL MODO DI FARE DI TANTI, CHE SONO INTERESSATI PIU' ALLE COSE NEGATIVE CHE A QUELLE POSITIVE. PER LEGGERE LE COSE NEGATIVE CHE CAPITANO OVUNQUE, NON C'E' BISOGNO DEL BLOG. BASTA GUARDARE I GIORNALI. PER QUESTO D'ORA IN AVANTI VI DARO' SOLO NOTIZIE POSITIVE, NOTIZIE BELLE E INCORAGGIANTI SU CHAARIA E SUL KENYA, QUELLE NOTIZIE CHE CI FANNO SPERARE, CHE CI AIUTANO A CREDERE CHE L'UOMO E' CAPACE DI VINCERE IL MALE CON IL BENE, CHE CI INVOGLIANO A CREDERE CHE UN MONDO NUOVO E' POSSIBILE.
LO CHIAMEREMO SEMPRE HABARI ZENU CHE IN KISWAHILI VUOL DIRE LE NOSTRE NOTIZIE: NOSTRE PERCHE' SARANNO QUELLE CHE NOI SCEGLIEREMO PER DIMOSTRARE AL MONDO CHE NON C'E' SOLO L'ALBERO CHE CADE, MA ANCHE UNA FORESTA CHE CRESCE SIA IN ITALIA, CHE IN KENYA, CHE IN OGNI PARTE DEL MONDO.

Fr. Beppe.



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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