Sono le 2 di notte quando il cicalino si mette a suonare. Non ce la faccio piu’, ma cosa posso dire? Non c’e’ altra soluzione che alzarsi ed andare a constatare di cosa si tratta.
Arrivato in ospedale vedo un uomo piegato in due dal dolore addominale, incapace di mettersi sdraiato, e dall’apparenza molto emaciata.
Provo a sedare il dolore, ma non ottengo alcun risultato positivo. Il paziente e’ agitato, urla forte e dice di sentire la morte vicina. Non riesco neppure a convincerlo a mettersi supino per una ecografia. Quando gli pongo una mano sulla pancia, mi rendo conto che e’ dura come una pietra, e capisco che si tratta di peritonite, una condizione per cui a Chaaria non riesco ad operare, perche’ nessuno mi ha mai insegnato questo tipo di chirurgia.
Lorenzo e’ a Nairobi, e in casa non ci sono altri autisti. Non vedo alternative, se non quella di prendere io l’ambulanza e di correre al Meru District Hospital, dove c’e’ un chirurgo ed una sala operatoria attrezzata.
Lei con fatica si sveglia e acconsente ad accompagnarmi fino a Meru. Partiamo con il cuore in gola, non solo per le condizioni generali del paziente, ma anche perche’ sia io che Elisa siamo anche di guardia, e quindi dobbiamo solo sperare che, in nostra assenza, non ci siano altre chiamate urgenti.
Il malato e’ in preda al dolore ed al panico. Il percorso sulla strada sconnessa e’ come un incubo, in cui ad ogni scossone dell’auto sentiamo il povero disgraziato urlare e piangere di sofferenza.
Arriviamo in ospedale a Meru quando sono ormai le 4 di mattina: poche luci accese nel pronto soccorso. Meno male che non manca la luce; speriamo solo che il clinical officer non stia dormendo e che non abbia la luna storta… questa volta pero’ siamo molto fortunati. Il sanitario di turno in “outpatient” e’ Njagi, che per il passato ha lavorato a Chaaria, e quindi conosce sia i nostri ritmi che le nostre difficolta’ gestionali.
E’ sorpreso nel vedermi al District Hospital: “chi hai lasciato a Chaaria di guardia?”, mi chiede preoccupato. Io gli spiego quanto era successo, ed il fatto che non c’erano altri autisti disponibili per l’ambulanza.
Lui allora decide di prendersi carico della situazione. Dopo una veloce consultazione, capisce di cosa si tratta e mi dice: “adesso ci penso io a contattare il chirurgo. Tu vai a casa e fai attenzione ai ladri!”. Sia io che Elisabetta ringraziamo di cuore per questo inaspettato colpo di fortuna. Pensavamo ad una lunga attesa ed invece ce la caviamo con una mezz’oretta di anticamera.
Riprendiamo il viaggio di ritorno. E’ ancora buio pesto quando ritorniamo sulla strada sterrata che si dirige verso Gaitu. Abbiamo il cuore in gola e sussultiamo di paura ogni volta che vediamo qualcuno muoversi a piedi sul ciglio della strada. Parliamo molto per scacciare la tensione. Quello che colpisce e affascina Elisabetta e’ una carovana infinita di uomini magri e stanchi che, a gruppi di due, spingono una bicicletta carica di un enorme sacco di juta.
“Chi sono questi uomini della notte? Sono pericolosi?” mi chiede incuriosita. Le spiego che li chiamano Makaa, che letteralmente significa carbonella. Vengono da molto lontano: normalmente da Kiamuri o Rikana, e portano a Meru il carbone prodotto in casa con del legname bruciato a fuoco lento in speciali fornaci sotterranee da loro preparate.
Fanno circa 40 chilometri a piedi spingendo una bici carica di un saccone dal peso di circa un quintale. La fatica e’ enorme, soprattutto perche’ la strada non e’ buona, ed e’ sempre in salita. Partono dal villaggio verso le 11 di sera per riuscire ad arrivare al mercato di Meru alle prime luci dell’alba, quando il prezzo del carbone e’ un po’ piu’ alto. “Che vita grama e’ mai questa!” commenta Elisabetta.
“Al mondo c’e’ chi e’ tanto povero da non avere neppure il diritto di dormire alla notte”, riprendo io. E poi le dico: “pensa che quel sacco di carbonella forse fruttera’ 6 euro, e loro hanno lavorato giorni per la combustione, hanno spinto la bicicletta tutta la notte, e domani devranno tornare a piedi fino al loro paesino”.
“Il mondo e’ davvero pieno di tante ingiustizie che urlano al cospetto di Dio. Ma io ti confesso una cosa: e’ per loro e solo per loro, che mi sento profondamente motivato a continuare con questa vita cosi’ faticosa, in cui lavoro come un somaro di giorno e di notte: sono i poveri la nostra ragion d’essere, e se un giorno loro non ci fossero piu’, verrebbe meno il fine principale di tutti i nostri sforzi qui a Chaaria. In questo ci credo veramente e cerco di ricordarmelo ogni giorno, soprattutto quando non ce la faccio piu’, e quando lo scoraggiamento fa capolino nel mio cuore”.
Ciao Beppe
1 commento:
Mungu akibariki, baba! Sto diffondendo le tue storie a tutti i colleghi... speriamo che ti arrivino presto riforzi! Intanto qui, noi wazungu viziati, leggendoti impariamo a relativizzare tante nostre fisime.
Asante
ugodoc
Posta un commento