giovedì 10 luglio 2008

Oggi è stata una giornata diversa

E’ Sabato. La giornata comincia tranquilla con il solito giro di visita ai pazienti ricoverati. Sembra tutto sotto controllo e questo ci fa ben sperare per il pomeriggio, quando vorremmo programmare una passeggiata nei dintorni di Chaaria.
Ma come spesso capita, la calma dura poco e in 10 minuti tutto si trasforma in un caos: quasi contemporaneamente arrivano un “referral” da Kiburine per cesareo, due mamme che sanguinano profusamente dopo aborto spontaneo, ed un uomo semicosciente a causa di un taglio profondissimo sul cranio: era stato trovato dalla polizia lungo la strada, probabilmente assalito dai ladri, oppure ladro lui stesso.
Essendo Sabato siamo piuttosto scarsi di personale: do a Kanana l’incarico di sterilizzare gli strumenti e pulire la sala per il cesareo. Nel frattempo io e Gisella ci occupiamo dei due raschiamenti in sala parto, mentre Gianluca e Francesco si prendono cura del ferito, pur essendo abbastanza oberati in sala denti.
Il tutti scorre abbastanza regolare. Lavoriamo intensamente ma senza complicazioni. Gianluca ripara l’orecchio dell’uomo ferito dalla “panga” con una sutura degna di un chirurgo plastico. Francesco continua con le estrazioni e le otturazioni dentarie. Gisella, ormai abituata alla sedazione profonda con Diprivan, mi fa da anestesista e strumentista nello stesso tempo, mentre io faccio I raschiamenti. Per il cesareo siamo ridotti ai minimi termini, in quanto non ci sono nè Jesse nè Makena, ma confidiamo nella Divina Provvidenza che è sempre particolarmente attiva a Chaaria: se così non fosse chissà quanti pasticci sarebbero già successi in questo ospedale.
Sono io a fare la spinale che mi riesce al primo colpo. Quando l’analgesia è instaurata, lascio a Francesco il compito di seguire le condizioni della mamma e di amministrare I farmaci richiesti. Gisella nel frattempo si è già lavata e sta preparando gli strumenti. Cambio quindi il mio ruolo da anestesista a chirurgo; mi lavo e procedo con l’intervento: è normale per noi essere solo in 2 a portare avanti l’operazione. Va tutto benissimo, anche se con sorpresa ci accorgiamo che era una gravidanza gemellare non riconosciuta prima: la presenza del secondo gemello ci provoca qualche momento di tensione perchè non eravamo preparati… io lancio un urlo a Gisella: “Ce n’è un altro!”. Lei non capisce subito e pensa che io alluda ad un altro cesareo, per poi scoppiare a ridere quando mi vede tirar fuori il secondo pupo.
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Quando finiamo, la nostra adrenalina è piuttosto elevata, e noi siamo madidi di sudore, in quanto in sala faceva davvero troppo caldo. Guardiamo l’ora e sono circa le 15. Siamo stanchi e stufi e decidiamo che la passeggiata comunque si doveva fare. Mangiamo velocemente e poi andiamo a recuperare Gianluca e Sara che nel frattempo avevano già pranzato.
Dopo aver informato il personale dell’ospedale ed esserci messi d’accordo con loro sul modo di contattarci con telefonino in caso di problemi, ci avviamo verso le cascate di Mbajone: sono circa 4 chilometri che noi vogliamo coprire non attraverso la strada carrozzabile, ma passando per i sentieri che la gente usa normalmente per venire all’ospedale.

Passiamo in posti bellissimi tra arbusti ed alberi secolari; i bananeti sono spesso i tratti di sentiero più affascinanti. Lungo il cammino vediamo case di fango e paglia, altre di legno e “mabati”, altre anche in pietra: a Chaaria la sperequazione sociale tra chi è molto ricco e chi non ha nulla è particolarmente evidente.
07c2b87f357976e9b3d3535571f7dac2.jpg Ad un certo punto iniziamo una discesa molto scoscesa che ci porta diritti ad un torrente dove alcuni bambini seminudi stanno lavando la biancheria. La vista di 5 “Wazungu” che si avventurano a piedi attraverso la campagna suscita subito l’ilarità generale. Ci seguono, ci toccano, ridono forte.
Il problema più grosso è attraversare il corso d’acqua: non c’è un ponte e bisogna essere un po’ equilibristi per attraversarlo mettendo I piedi su pietre che la gente ha messo in punti strategici: siamo molto goffi e questo aumenta le risate dei bambini, soprattutto quando uno di noi traballa e finisce nell’acqua fino al ginocchio.
Appena guadato il fiume ci inerpichiamo per il sentiero in salita che ci porta dritto in un boschetto molto fitto e decisamente affascinante. I bambini del fiume ci salutano ma ne troviamo molti altri che, scalzi e malvestiti cominciano a seguirci ridendo e ripetendo l’un l’altro ridendo: “ Acia, Achonco!!” (mamma mia, dei Bianchi). Abbiamo modo di vedere le loro case che in questa parte del cammino sono tutte di fango e paglia: i bambini sono semplici e non si vergognano a dirci che quella baracca di fango appartiene alla loro famiglia. Un adulto molto probabilmente non lo farebbe mai perchè si vergogna davanti ad un “Bianco”, che per definizione e stereotipo deve essere per forza ricco.
La nostra camminata continua a portarci più lontano: raggiungiamo il centro di Mbajone dove, insieme ad alcune case di pietra della gente più prominente, possiamo osservare la scuola elementare governativa, e la chiesetta in muratura. La gente ci guarda stupita. Molti ci urlano dietro, quasi prendendoci in giro: “Wazungu, dove avete lasciato l’automobile?”. “Allora anche I bianchi sanno camminare!”. Io preferisco non rispondere alle provocazioni, mentre I volontari sono del tutto rilassati e rispondono a queste urlate con un sorriso, interpretandole come dei normali saluti della gente.
Il sentiero si dirige oltre il villaggio ed entriamo in un campo di granoturco. Pian piano si comincia a sentire lo scroscio dell’acqua che si fa sempre più intenso. Arriviamo al torrente e lo costeggiamo stando direttamente sulle rocce vulcaniche che ne costituiscono il letto. Camminiamo lungo l’acqua per alcune centinaia di metri finche ci appare davanti la cascata. E’ maestosa, ma è molto pericoloso guardare da quella posizione. Siamo infatti al di sopra della cascata. Ci sediamo alcuni minuti a pochi centimetri dell’acqua che ci scroscia davanti e si butta in quel salto di almeno 30 metri. Rimane ancora l’ultimo sforzo: attraversare un boschetto di banane e arbusti tropicali che scende molto ripido fino al bacino d’acqua sotto la cascata. Qualcuno ha paura dei serpenti; altri temono di cadere, ma io insisto perchè lo spettacolo da sotto è davvero maestoso. Ci avviamo pian piano: qualcuno cade e sbatte il sedere concludendo la discesa a mo’ di slittino. Altri scendono ad una velocità propria di un anziano di 70 anni… ma alla fine ci arriviamo. 1b4ed20d9357872652f76d0b78f4ca26.jpegLa maestosa cascata è lì davanti a noi. L’acqua è bianca e schiumosa, e si butta in un bacino d’acqua circondato da vegetazione rigogliosa: sembra una scena da film: I colori sono fortissimi; moltissimi gli uccelli, soprattutto piccoli colibri di color granata. Facciamo qualche foto e ci sediamo a contemplare, ma il tempo è tiranno. Sono già le 18 e bisogna tornare, se non vogliamo essere sorpresi dalla notte che è ormai alle porte. Riprendiamo quindi il cammino, che ancora ci riserva altre sorprese: arrivati al boschetto vicino al fiume assistiamo ad un tramonto mozzafiato con colori vivissimi e raggi di luce che ci fanno pensare alla mano di Dio che ci ha protetti in questa gita. Gianluca fa foto e si attarda. Io devo essere insistente, perchè dopo il tramonto il buio arriva molto in fretta. Qualcuno non ne vuol sapere e si attarda a guardare il tamonto. Arriviamo al fiume e lo attraversiamo quando imbrunisce ed appena riusciamo a scorgere le pietre dove mettere i piedi. “Forza, bisogna camminare perchè non abbiamo le pile e fra un po’ non si vede più niente!”… Pochi minuti dopo il guado, la Provvidenza ci fa incontrare una persona a noi conosciuta: “Che bello; adesso siamo più tranquilli, perchè lei ci vede anche se è notte e poi, essendo di qui, ci può proteggere un po’ anche dagli ubriaconi che a quest’ora di Sabato non possono mancare”. La notte ci porta l’ultimo dono di Dio: una stellata incredibile che in Italia puoi vedere solo se sei sulla punta di una montagna al buio. Chaaria è sull’equatore e questo fa sì che da qui si possano ammirare tanto le costellazione dell’emisfero nord, quanto quelle dell’emisfero sud. Gianluca è un esperto e ci spiega un sacco di cose. Noi lo ascoltiamo a mala pena perchè siamo impegnati a cercare di vedere dove mettiamo I piedi nel buio che ora è diventato fitto. Guardiamo la via lattea e poi cerchiamo di guardare per terra dopo aver incespicato per l’ennesima volta. Le casette attorno a noi sono buie o appena illuminate dalla lampada a cherosene, e questo fa da contrasto con l’insieme di luci al neon che ora appare all’orizzonte: ecco il Cottolengo Centre. Qualcuno tra i volontari paragona questo insieme di luci che si staglia di fronte alla buia collina al castello dell’Innominato di manzoniana memoria. Io guardo e, considerando lo stacco tecnologico tra la nostra dimora e quelle che abbiamo visto per strada, non posso che acconsentire. Siamo arrivati. Al cancello salutiamo il nostro angelo custode che riprende il cammino nell’oscurità. Io corro in cappella sperando di arrivare in tempo almeno per il Vespro. E’ stato davvero bello, e la stanchezza fisica che sento nelle gambe certamente mi ha aiutato a purificare un po’ di tossine e di tensioni accumulate in ospedale. Entro in cappella impolverato e sporco, ma con il cuore pieno di riconoscenza verso il Signore.

Fr Beppe

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PS in riferimento a quanto vi ho detto alcuni giorni fa circa l’orfanotrofio di Nkabune, vi allego indirizzo postale e email della nuova suora che è felice di comunicare con voi.


Photobucket SR MARY RITA

MERU CHILDREN’S HOME
PO BOX 1018
60200 MERU KENYA

EMAIL:
childrenshomenkabune@yahoo.com


Ciao Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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