venerdì 11 luglio 2008

Habari Zetu


1) mi sono confidato con la Diocesi riguardo a chi ci calunnia e dice cose brutte e false sull’ospedale. Insieme abbiamo deciso di non dare alcun peso e di considerare quanto è successo come una delle tante chiacchiere di chi non ci apprezza. La risposta a quanto successo viene solo dalla fede: io credo che devo servire i malati ed i poveri per amore di Gesù e non per la ricompensa umana, per il successo e per la gratitudine. Anche Cristo venne ripagato con la croce, dopo aver cercato di aiutare tutti ed aver guarito un sacco di gente. Anche a Gesù, quando guarì l'uomo dalla mano inaridita nella sinagoga in giorno di sabato, venne ricordato che aveva fatto un errore, e che non si poteva guarire un sofferente in un giorno di riposo comandato dalla Legge.

Credo che il Signore proteggerà sia me, sia la mia professione, sia l'ospedale di Chaaria, perché tutto quello che facciamo lo facciamo con cuore puro e con l'unico intento di aiutare gli altri.

Comunque pensateci in buona salute fisica e spirituale, motivati a scegliere sempre chi ha più bisogno e non ha altri a cui rivolgersi. Pregate per me ed io farò lo stesso. La notte scorsa è passata quasi completamente in ospedale. Ho avuto tre chiamate a distanza regolare l’una dall’altra: alle 2; poi un’altra alle 3.30, e poi ancora alle 6. Vi lascio immaginare che sono un po’ abbacchiato anche mentre vi scrivo.

2) preghiamo anche per Sr Luisa Makena, che è originaria di Chaaria e al momento si trova a Torino per studi in Casa Madre. Suo nipote è stato investito da un’auto a Nairobi ed è morto. Aveva poco più di 20 anni.

3) Una delle chiamate notturne è stata per assistere Silas Kimathi, nostro fabbro ed elettricista. Sembra una cosa molto grave. Ricordatelo con simpatia. Speriamo di farcela a salvarlo


Fr. Beppe Gaido



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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