martedì 26 agosto 2008

Noi e Mukothima

Il sole era già tramontato da un paio d’ore, un fatto usuale in quest’angolo d’Africa, così prossimo all’Equatore da poter intravedere ancora la coda dell’Orsa Maggiore danzare sul filo dell’orizzonte. L’assenza di luci del villaggio e della boscaglia circostante rende le stelle particolarmente lucenti e la fredda brezza serale sferza il mio volto, mentre torno verso l’ospedale dove mi aspetta Sr Zina.
Mi aveva telefonato un’ora fa dicendomi che una delle sue mamme non riusciva a partorire e sanguinava abbondantemente. Appena arrivo nei pressi dell’out-patient, sento il rumore della sua Defender ormai in folle. Mi avvio vero la macchina e con la barella aiuto a scaricare una donna esausta, mezza collassata e coperta di polvere. Sr Zina e’ magrissima, tirata, stanca, ma sorridente e decisa come al solito. Anche lei e’ sporchissima: sul suo volto e sui sui abiti bianchi una patina di polvere rossastra. “Hai avuto paura a venire di notte?”, le chiedo. “Neanche per sogno... e poi quando le cose si devono fare, non bisogna mica andare per il sottile. Io l’ho fatto per il bene della mamma e del bambino”.
Ci dirigiamo verso la room 17 dove visito la paziente e decido il trasferimento in sala operatoria per il cesareo urgente. Questa volta ero preparato e tutto e’ già allestito. Infatti siamo stati in comunicazione con Mukothima sin da stamattina, e sr Zina era riuscita a comunicarmi per telefono che stava partendo con la macchina.
Scambio due parole con la amica e consorella, e ci consoliamo a vicenda confidando un po’ dei nostri fallimenti: “avrei dovuto venire anche ieri, lo sai Beppe... solo che ero proprio da sola e non avevo nessuno da lasciare di guardia in dispensario... E’ arrivata una mamma, e, dopo la visita, abbiamo compreso che non avrebbe potuto partorire.
Come sempre, i parenti ci hanno chiesto la macchina, ma proprio non potevo aiutarli. Ho detto loro di andare al market e di cercare un matatu. Era pieno giorno, e lo avrebbero trovato senz’altro.
Poi ho continuato a visitare i malati che in questi giorni sono davvero tantissimi. Verso le 4 del pomeriggio li ho visti tornare a piedi. La mamma sanguinava e camminava con fatica. Altre donne portavano in braccio un bimbo: la donna aveva partorito in auto, ma purtroppo il piccolo era morto. Io pero’ che cosa avrei potuto fare? Non avevo ne’ macchina, ne’ autista ed ero sola in clinica”.
“ Come ti capisco Sr Zina, anche a me queste cose sono successe tante volte quando non facevo operazioni a Chaaria!”.
“Poi a volte sapessi che paura che fa la strada di notte”, mi ripete Sr Zina. “Quando un’emergenza capita nel cuore della notte, hai la tentazione di aspettare fino all’alba, sperando che poi tutto vada bene; ma lo fai soprattutto perche’ hai timore dei malviventi che spesso organizzano imboscate ai viaggiatori. Ma ora, dopo due o tre casi in cui siamo arrivati a Chaaria troppo tardi, ho deciso che non ripeterò più lo sbaglio. Se c’e’ una complicazione, si parte a qualunque ora. Punto e basta... il resto lo lasciamo nelle mani di Dio... Lui proteggerà le nostre vite”.
“ Sono completamente d’accordo con te, sorella. Fai cosi’ sempre, e cerca solo di non cambiare... Vieni a Chaaria tutte le volte che sei in difficolta’, a qualunque ora del giorno o della notte. Noi siamo qui anche per voi, e a me fa piacere pensare che in qualche modo lavoro anche per voi. Ora vai, prima che sia troppo tardi... cerca di non arrivare dopo mezzanotte. Hanno gia’ fatto l’anestesia ed io vado a cambiarmi per il cesareo. Non andare forte, e soprattutto non fermarti in caso vedessi qualcuno che giace per strada... questa e’ solitamente un’imboscata... piuttosto, fermati al posto di polizia piu’ vicino, ed avvisa gli agenti che qualcuno forse non sta bene lungo il sentiero. Andranno loro a vedere, e ci andranno armati. Tu guida fino a Mukothima non stop, e appena arrivi, mandami un messaggio. Io poi ti diro’ se e’ maschio o femmina”.

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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