mercoledì 1 ottobre 2008

Oggi è festa


… ma non si vede proprio. Abbiamo iniziato la giornata con la Messa, cosi’ come ogni primo mercoledi’ del mese, ed abbiamo offerto a Dio tutte le sofferenze dei 30 giorni appena trascorsi, pronti a ricevere da Lui quanto vorra’ offrirci per il futuro.
Dopo le letture della Messa, quanto mai appropriate in questo periodo, in quanto tratte dal libro di Giobbe, abbiamo riflettuto un po’ sulla testimonianza di Santa Teresina di Lisieux, di cui oggi la Chiesa fa memoria. Lei e’ la patrona delle Missioni, e ci siamo ripromessi di imitarla, e di diventare anche noi missionari nel nostro lavoro di tutti i giorni, sforzandoci di vedere Gesu’ nei piu’ poveri, di servirlo con cuore sereno e sorridente. Abbiamo anche pregato per la nostra comunita’ di servizio, ed abbiamo chiesto a Gesu’ di essere in mezzo a noi per aiutarci a superare le difficolta’ del vivere insieme, le ricorrenti tensioni, le incomprensioni che non mancano mai. Abbiamo pregato al fine di diventare una vera famiglia missionaria al servizio del Regno di Dio. E’ stato un bel momento, in cui tutto lo staff dell’ospedale era presente.
La pace della contemplazione e’ pero’ durata pochissimo. Appena terminato il canto finale, ci siamo ritrovati in un corridoio pieno di gente vociante, che gia’ si lamentava, per il fatto che la preghiera ci aveva ritardati di 45 minuti... “Abbiamo subito la possibilita’ di mettere in pratica i nostri propositi di gentilezza e pazienza...”, pensavo tra me.
Oggi e’ la conclusione del Ramadan: in Kenya e’ festa nazionale, per cui siamo un po’ sotto staffati. La gente pero’ non ha tenuto conto della festivita’ ed ha invaso l’ospedale. Ci sono pazienti dovunque, e noi siamo un po’ confusi. Daniele da Mujwa e’ anche venuto con una ventina di orfani, e naturalmente preferirebbe non aspettare. Il difficile e’ gestire una folla di 300 persone che ti affronta in massa. Ognuno ha una buona ragione per dire che deve essere servito per primo: chi e’ molto malato desidera priorita’, ma anche chi viene da molto lontano pensa di avere diritti da accampare. Poi ci sono quelli che ci conoscono, i quali dicono. “Possibile che non ci sia modo di farci evitare questa coda infinita?”. Essere sotto pressione non aiuta, ma e’ spesso una condizione ordinaria ormai: i nostri pazienti diventano sempre piu’ impazienti.
Oggi poi pensavo che i musulmani sarebbero rimasti a casa a festeggiare, ed invece sono arrivati a frotte: forse aspettavano solo la fine del digiuno per mettersi in viaggio. Parecchi sono molto gravi e mi chiedo come hanno fatto a non soccombere nel lungo tragitto da Marsabit a qui.
Il caldo afoso rende tutto piu’ difficile. Oggi in sala una volontaria e’ svenuta, ed ha picchiato violentemente sul pavimento. Non era malata. E’ solo che non ha retto al clima chiuso, torrido e umido del nostro reparto operatorio.
Ora e’ sera, e guardo il corridoio finalmente deserto. Vicino a me si sentono le grida di una partoriente in preda ai dolori. Un po’ piu’ in la’ un bimbo disperato piange e si dimena, mentre Wambeti cerca di prendergli la vena. Io cammino come uno zombi. I volontari sono gia’ saliti per la doccia. Passo dalle camere: oggi registriamo il tutto esaurito, e di questo non posso che ringraziare Dio. Mentre guardo due bambini ricoverati nello stesso letto, a causa del troppo-pieno, mi vengono in mente le parole del Cottolengo: “ Letti bis li capisco eccome... quello che non mi piace e’ vedere dei letti vuoti”. Oggi spero che il nostro fondatore possa essere contento di noi. Mi avvio verso la cappella, mentre una dolce brezza serale mi accarezza il viso: stavolta ce la faccio a pregare con i Fratelli.

Ciao Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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