Si è seduto nella parte posteriore dell’auto ed ha sempre parlato gentilmente con me e con Brother Albert, che si trovava vicino a me sul sedile anteriore. Giunti in una zona collinare a metà strada tra Chaaria e Meru, il nostro passeggero ha detto di essere arrivato. Ci siamo quindi fermati per farlo scendere e lo abbiamo salutato con simpatia prima di ripartire.
Arrivati a Meru però ci attendeva una grande sorpresa: ci aveva rubato uno scatolone con 3000 compresse di un comune antimalarico, e gli scarponi che spesso tengo di riserva in macchina in caso di pioggia e fango.
E’ stato un duro colpo, non solo per il valore economico delle medicine che dovevamo portare ad un dispensario missionario, ma soprattutto per l’idea di essere stati così tanto ingannati da una persona che poche ore prima era in coma nel nostro ospedale a causa di una malaria cerebrale.
Dopo un attimo di rabbia stizzita ho riflettuto sul fatto che bisogna sempre lavorare per il Signore. Egli vede il nostro cuore, e sarà Lui la nostra ricompensa. La gratitudine umana è un dono raro, e spesso un lusso che non possiamo permetterci. Ho detto a me stesso che i ringraziamenti sono certamente graditi se vengono, ma bisogna anche accettare che nessuno si ricordi di esprimere un sentimento di riconoscenza.
Albert, vicino a me, mi ha ripetuto un proverbio swahili che ben conosco: “shukrani ya punda ni teke” (il ringraziamento dell’asino è un calcio). Eppure bisogna andare avanti e credere nel valore intrinseco che un atto di carità ha in se stesso: noi lavoriamo a fondo perduto; lo facciamo per amore del prossimo, per amore del Signore che ce ne ha dato l’esempio e anche per coerenza con noi stessi.
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