martedì 25 novembre 2008

Il rullo compressore della quotidiana fatica

Ed ecco che la vita mi ha procurato un altro salutare pugno nello stomaco sull’umiltà. L’infermiera Monica era venuta a chiamarmi per andare a vedere un bambino che stava male. Io le avevo risposto che al momento avevo così tanti pazienti in coda che sarebbe stato opportuno per lei instaurare i protocolli di terapia standard. Io poi sarei andato più tardi a visitare il piccolo. Il fatto è che il giorno mi ha travolto; i malati hanno continuato ad arrivare per molte ore a ritmo incalzante. Quando, a notte fonda, sono andato dall’infermiera di turno a chiedere che mi facesse vedere il bambino grave, la risposta è stata gelida: il piccolo se ne era andato 3 ore prima. Che senso di colpa. Il bambino è forse morto perché io non sono andato a vederlo subito. Adesso non lo rivedrò mai più. In quel momento mi sono rimbombate alle orecchie le parole del Cottolengo: “non fatevi chiamare due volte quando il povero ha bisogno, ma correte come sulle ali della carità al suo servizio”. Certi sbagli sono irreparabili; non hai più tempo e pensi che talvolta è proprio vero che “gli errori dei medici sono sepolti sotto terra”.
Certo, lavorare in Africa insegna molte cose, soprattutto ci rende consapevoli dei nostri limiti, di quello che non sappiamo, e di quello che avremmo potuto far meglio. Il rullo compressore della quotidiana fatica spesso smaschera elementi bui del nostro carattere: a volte si corre tutto il giorno, cercando di fare del proprio meglio, e poi verso sera, quando le energie sono ormai “in riserva”, si perde il controllo, si diventa nervosi e ci si scarica contro un paziente che ha il solo torto di essere capitato sotto le nostre grinfie nel momento meno opportuno. Anche questi sono comunque momenti utili: all’inizio ci si tormenta nel senso di colpa, si vorrebbe richiamare indietro il malcapitato che invece è già tornato a casa “con la coda tra le gambe”; si corre il rischio dello scoraggiamento, pensando di aver rovinato in un momento quanto costruito durante una faticosa giornata di servizio e di donazione. Poi però la pace del cuore ritorna, e si accetta il fatto che non siamo perfetti ed abbiamo bisogno ogni giorno della misericordia di Dio.
Dio sceglie gente imperfetta e limitata per portare il suo messaggio di liberazione; ci vuole bene e ci accetta così come siamo, e desidera da noi solo lo sforzo per fare del nostro meglio. Poi tutto il resto lo porta a compimento Lui. Noi siamo degli strumenti molto imperfetti della sua Provvidenza, e la presa di coscienza di questa nostra condizione ci aiuta ad andare avanti, resistendo sia alla tentazione dello scoraggiamento, sia a quella di sentirci superuomini capaci di risolvere tutti i problemi.
Ciao.

Fr Beppe Gaido


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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