giovedì 11 dicembre 2008

Giornata campale


Oggi è stata durissima. Interventi a non finire, complicazioni varie e soprattutto tanti e tanti pazienti. Abbiamo finito alle 22.30, senza neppure fermarci per il pranzo o per la cena. 3 cesarei, una gravidanza extrauterina, vari interventi ortopedici con Franco.
Poi la mia crisi è iniziata con l’ultimo utente. Un ragazzo di circa trent’anni con una diagnosi terribile di carcinoma della lingua. Fa già fatica a deglutire la saliva e non riesce nè ad alimentarsi, nè a parlare. Capire quello che ti chiede è un dramma immane, perchè la lingua non si muove più e le parole sono poco intelligibili anche quando usa l’Inglese o il Kiswahili.
Mi ha chiesto i soldi per andare al Kenyatta. Io, pensando a tutte le persone che già mi chiedono denaro tutti i giorni, gli ho detto di no. Ora però non riesco a dormire e sono tormentato dal rimorso.
Avrò fatto la scelta giusta, o sono stato semplicemente egoista perchè tanto io il tumore non ce l’ho?
Il problema è sempre difficile da dirimere, e si ripresenta ogniqualvolta si devono proporre terapie impegnative e costose con trasferimento a Nairobi: non parlo solo dei tumori maligni ma per esempio anche dei pazienti con insufficienza renale che richiedono la dialisi, o con cardiopatie congenite o acquisite che necessitano di cardiochirurgia.
All’inizio io cercavo di convincere i familiari ad andare a Nairobi e a tentare il viaggio della speranza, ma ora spesso taccio e non dico più nulla: infatti si creavano spesso situazioni surreali, in cui io spiegavo con dovizia di particolari la serietà della condizione e la necessità di una terapia complicata. Poi veniva il momento critico, quando loro mi dicevano: “Non abbiamo soldi… Per favore aiutaci e poi ti restituiamo tutto poco per volta”.
L’abbiamo fatto una volta per un bimbo affetto da linfoma di Burkitt: abbiamo speso per lui una cifra che ci sarebbe bastata per curare almeno 1000 pazienti con malaria cerebrale. Il bambino ora sta bene, anche se purtroppo è diventato un ladruncolo che non va a scuola a causa della cattiva situazione familiare. In realtà però non ci è stata restituita alcuna somma di denaro e noi ci siamo trovati nella necessità di dire di no a tantissime altre richieste, perché non avevamo più fondi. Quell’unico bimbo è guarito, e questo è sicuramente una cosa buona davanti a Dio; penso spesso alla poesia della “Stella marina” che il bimbo getta in mare dopo averla trovata sulla spiaggia… Però quanti altri sono morti senza che noi potessimo far nulla!
E’ triste ma si tratta di considerare quanto è grande la torta che possiamo offrire ai nostri pazienti e poi decidere quanto grande deve essere la fetta che possiamo dare ad ognuno.
Dire al paziente che la cura ci sarebbe e poi non dargli i soldi per la medesima, normalmente porta a situazioni di grave tensione interiore, come quella che provo questa sera: personalmente ci si sente dei vermi, soprattutto pensando che sulla nostra tavola il cibo non manca davvero.
Queste considerazioni portano alla logica conseguenza che alcuni strumenti diagnostici sono a volte quasi un’arma a doppio taglio: pensate alle biopsie. Si fanno con la speranza che l’esito sia negativo, o che si tratti magari di una forma infettiva di cui si conosce la terapia(per esempio TBC dei linfonodi)… ma se poi la biopsia diventa positiva per tumore maligno, il problema economico con tutti i suoi risvolti psicologici, riappare immediatamente.
Mi sa che questa sera mi sono impegolato in un dramma esistenziale senza soluzione. Spero che la notte porti un po’ di sollievo alla mia mente stanca.

Fr Beppe Gaido


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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