martedì 9 dicembre 2008

E' la terza notte di fila che siamo in ospedale


...e la lucidita’ mentale traballa un pochino. Sabato si trattava di una emorragia ostetrica grave; domenica abbiamo tentato di salvare un bambino anemico arrivato alle due di notte e purtroppo mancato oggi; lunedì notte alle due e’ scattato l’allarme per ricevere una partoriente da Mukothima. Era un caso di prolasso del cordone ombelicale, ma siamo stati tempestivi, ed il cesareo ci ha permesso di salvare sia la donna che la nuova creatura. Mukothima e’ certamente una realta’ che sentiamo come un satellite, come una specie di succursale di Chaaria a cui siamo molto affezionati.
Mukothima e’ la nostra sorellina minore che tentiamo di aiutare quanto piu’ ci sia possibile.
Si tratta di una Missione del Cottolengo situata a 45 Km da noi e raggiungibile unicamente con strada sterrata. Si trova nel distretto del Tharaka. Dal punto di vista sanitario e’ composta da un dispensario e da una maternita’, entrambi sotto la responsabilita’ delle Suore Cottolenghine. A Mukothima non c’è elettricità e si deve usare generatore e pannelli solari.
Il piu’ grande problema che le sorelle si trovano ad affrontare e’ quello della maternita’ complicata. Infatti non hanno ne’ il medico, ne’ la sala operatoria. Se un travaglio non procede bene, bisogna trasportare la donna altrove per l’intervento.
Si comprende quindi che la piu’ significativa collaborazione tra Chaaria e Mukothima e’ appunto nell’accogliere 24 ore su 24 questi casi complicati con necessita’ di soluzione chirurgica.
Un’altra area in cui noi siamo certamente di aiuto è quella degli aborti: le suore ci trasportano le pazienti per i raschiamenti e per la eventuale trasfusione di sangue, che loro non riescono a gestire nel dispensario.
A volte si tratta di placente ritenute dopo parto naturale: anche tale complicazione e’ potenzialmente molto pericolosa per la vita della donna in quanto porta a serissime emorragie che non possono essere interrotte da alcun farmaco, se non con la asportazione manuale in anestesia generale.
Per il passato non potevamo comunicare in alcun modo, ed a Chaaria accoglievamo le pazienti senza esserne preavvisati. Cio’ portava indubbiamente a inevitabili ritardi nella predisposizione della sala e del materiale sterile necessario. Ora invece le cose sono migliorate. Da alcuni mesi anche a Chaaria c’è campo per i telefonini: le suore di Mukothima quindi mi telefonano sia durante il giorno che durante la notte. In tal modo io posso sapere del loro arrivo con piu’ di un’ora di anticipo. Questo e’ un fattore importantissimo, perche’ mobilito il personale, preparo la sala e lo strumentario. Ciò fa sì che oggi come oggi, il tempo che passa dall’arrivo a Chaaria della paziente complicata all’ingresso in sala, non sia superiore ai 10 minuti: il minimo necessario per una spugnatura veloce (assolutamente indispensabile per rimuovere la polvere accumulatasi sul corpo della donna durante l’ora e mezza di viaggio), e per una rapida ecografia che confermi le condizioni del battito cardiaco fetale.
Certo puo’ capitare che la macchina di Mukothima arrivi quando siamo gia’ impegnati in un’ altra operazione, ma questo comunque non e’ molto frequente e potra’ essere risolto in futuro con l’allestimento di due sale operatorie a Chaaria. Infatti adesso, se una emergenza arriva mentre noi operiamo, prima di poter iniziare il secondo intervento, dobbiamo lavare e pulire nuovamente l’unica sala: questo ci fa perdere altri venti minuti almeno. Credo comunque che la nostra collaborazione con Mukothima abbia salvato molte vite in questi ultimi anni. Sono anche convinto che il fatto di arrivare di notte in una struttura sorella, dove vieni accolto con un sorriso ed un bicchiere d’acqua, e da cui puoi ripartire verso casa dopo pochi minuti, senza complicazioni burocratiche e senza lunghe code di attesa, sia un altro aspetto decisamente positivo verso le suore e gli infermieri che gia’ hanno affrontato un viaggio duro e pericoloso, soprattutto quando e’ notte fonda.
Certo abbiamo ancora il problema della stagione delle piogge, in cui spesso le strade sono impraticabili, ed anche pensare di spostare una mamma diventa quasi un’ idea temeraria. Anche su cio’ stiamo meditando e pregando. Abbiamo anche pensato alla possibilita’ che in casi selezionati sia io a spostarmi, magari con una motocicletta, in modo da evitare lo stress dei sobbalzi alla donna gia’ sofferente, ed al fine di evitare che l’automobile si impantani nel fango: sarebbe quindi il medico che si sposta, mentre a Mukothima ci vorrebbe un minimo di personale che abbia imparato come assistere in sala operatoria. Per ora questo e’ solo un sogno di cui spesso abbiamo parlato Sr Zina ed io. Vedremo cosa Dio ci fara’ capire.
Per ora l’importante e’ che la mamma stia bene e che il neonato pianga forte in incubatrice. Sono quasi le 3.40 del mattino. Le Suore saranno già arrivate a destinazione. Mando comunque un messaggio per dire che è tutto OK. Vado in camera, ma chissa’ se prendero’ ancora sonno.
Ciao fr Beppe
CHAARIA NEWS
Da ieri abbiamo la presenza di Franco Cudoni, ortopedico di Olbia: ha gia’ operato un discreto numero di pazienti. Si fermera’ con noi per 8 giorni.
Oggi ho visto Lina, senpre piu’ magra e sconsolata: e’ comunque determinata a continuare con la radioterapia. Ho deciso con lei che non andra’ piu’ a Langata, troppo lontano dal Kenyatta Hospital: abbiamo invece trovato un ostello dove non si paga molto, e che si trova vicinissimo all’ospedale. Questa ci e’ sembrata la soluzione migliore, dal momento che la radio si fa solo in regime ambultoriale. Lina ha tanta paura di non farcela, ma non vuole mollare. Pregate per lei.
Il giorno 13, a Dar Es Salaam, Bro James avra’ la cerimonia della GRADUATION che lo incoronera’ infermiere professionale. Con lui saranno Fratel Giancarlo e Bro Joseph Muchiri.

Ciao Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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