lunedì 8 dicembre 2008

Anche io vengo da Tuuru


... sono l'ultima della nidiata. Sono arrivata oggi a Chaaria tra gli orfani di Sr Oliva. Sono stata abbandonata davanti alla chiesa di Tuuru. Io non lo so chi sia la mia mamma e non ho idea del mio papà.
Sono stata raccolta da un catechista che mi ha trovata in un cesto e mi ha portata al parroco. Lui immediatamente ha pensato a Chaaria, ed in un battibaleno eccomi arrivata in questa nuova casa dove ci sono tanti bambini come me. Non è facile capire la mia età, ma suor Oliva, con il suo occhio clinico, ha deciso che devo avere circa tre mesi.
E' la prima notte per me a Chaaria. Mi manca un po' la mamma: non so se sia diventata matta o se abbia la malaria cerebrale. E' stranissimo che mi abbia fatto questo. Sono convinta che quando starà meglio, verrà a prendermi qui a Chaaria. Se mi ha lasciata davanti alla chiesa è perchè mi vuole ancora bene... non voleva che mi capitasse niente di male. Forse mamma ha solo problemi economici, e quando li avrà risolti tornerà da me.
Devo essere ottimista: sono sicura che un giorno uscirò a testa alta da questo orfanotrofio. Ora però ho proprio tanto sonno: quel latte in povere non era poi così male e ho il pancino pienissimo. Ciao

BIMBA SENZA NOME (appena mi battezzano, mi presenterò ufficialmente)
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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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