martedì 30 dicembre 2008

Gita con i Buoni Figli al Meru National Park di Meru


Sveglia alle sei, colazione veloce e dopo la messa, verso le 8, iniziano le operazioni di carico sul land rover di sei ragazzi del centro Buoni Figli di Chaaria. Alla fine rimangono delle sedie a rotelle vuote e un fuoristrada pieno di ragazzi sorridenti, pronti a partire verso il Meru National Park.
GiraffaMeru.jpgFr. Lorenzo, sicuro al volante, corre felice tra sassi e buchi, noi divertiti, rimbalziamo tra soffitto e sedile ed ogni tanto rimettiamo a sedere qualche ragazzo che scivola giù dai sedili.
Finalmente inizia la strada asfaltata, tutto liscio fino al parco, se non fosse per le cunette rallenta traffico che ogni tanto ci fanno sobbalzare.
Il Meru Park e' lontano dagli affollati percorsi turistici, ma nonostante questo e' meraviglioso, una savana tutta da scoprire.
Giriamo per le strette vie del parco, tutti guardano fuori dai finestrini, cercando di vedere giraffe, elefanti, leoni. Dopo poco tempo, abbiamo la fortuna di vedere le
ElefanteMeru.jpggiraffe. Sono eleganti e si lasciano ammirare per la gioia dei ragazzi che incantati e felici.
Vediamo i primi elefanti e tutti urlano di gioia, quando all'improvviso si apre la portiera e Kemani esce correndo dai suoi nuovi amici dal naso lungo. Li per li rimaniamo esterrefatti, ma Joackim, con l'agilità da maratoneta keniota, afferra Kemani e lo riporta dentro il fuoristrada.
Kemani e' un ragazzino di 40 anni circa che sa' farsi amare da tutti, Kemani, Joseph, Meme, Isidoro, Edward, Gitonga e Patrick,
tutti, questa notte sogneranno i loro amici elefanti e li rincorreranno nel parco.
Per loro oggi è stata una giornata speciale, sono usciti oltre il cancello di Chaaria, che è la loro casa e sono stati in gita nel parco.

i Fratelli, i volontari e il personale

GitaParcoMeru.jpg



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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