domenica 21 dicembre 2008

La scuola speciale


La normalizzazione e’ uno dei concetti chiave delle moderne scienze sociali. In pratica significa cercare di dare agli handicappati una condizione di vita che assomigli quanto piu’ sia possibile a quella della gente cosiddetta “normale”.
In forza di questo concetto, cerchiamo di favorire rapporti con l’esterno, in modo che i nostri Buoni Figli (almeno quelli che possono capire e comunicare) possano avere amicizie, e a volte abbiano anche la possibilita’ di inviti a pranzo o di uscite dal Centro. Cio’ certamente aiuta molto a diminuire le tensioni anche inconsce che la vita in istituto porta con se’.
Alcuni “ragazzi” poi accompagnano i volontari nelle loro uscite domenicali. Altri vanno fuori liberamente la domenica pomeriggio, disponendo anche di un modesto “pocket money” con cui magari comprarsi una bibita o un “mandazi”. Questi sono i “ragazzi piu’ grandi”, che durante la settimana ci hanno aiutato in cucina o nella “shamba”, ed hanno ottenuto la loro piccola paga.
Un paio di volte all’ anno organizziamo gite in cui anche i piu’ gravi possono avere la possibilita’ di una giornata fuori. Non mancano poi momenti di festa sia insieme ai volontari, sia con gruppi che regolarmente ci fanno visita, o da parrocchie e gruppi religiosi, o da scuola primarie e secondarie.
Nell’ambito della normalizzazione comunque ci sono due realta’ continuative che hanno una notevole importanza: la scuola speciale e le attivita’ occupazionali.
Di queste ultime vi parlero’ un’altra volta. Per oggi volevo spendere due parole sulla scuola.
Abbiamo una maestra a tempo pieno; si chiama Giacinta ed ha una grandissima esperienza. Ha lavorato in questo settore a Chaaria per piu’ di 10 anni. Con lei collabora Sr Lucy, che coordina anche le attivita’ occupazionali. Molti volontari aiutano nelle ore di insegnamento e ne traggono grande soddisfazione personale.
I ragazzi sono divisi in gruppi diversi, a seconda del quoziente intellettuale e delle possibilita’ di apprendimento. I piu’ gravi semplicemente ascoltano musica o fanno alcuni lavori manuali come ad esempio le costruzioni “lego”.
Ci sono poi altri livelli in cui si cerca di insegnare a leggere e scrivere, a parlare Inglese e Kiswahili; inoltre ci sono ore di semplice matematica, di scienze, di religione. Nelle ore di religione applichiamo i criteri della catechesi speciale, che avevo imparato in Italia soprattutto seguendo il metodo di Frere Devastel.
Ci sono ore di canto e musica in cui tra l’altro si prepara la messa prefestiva del sabato sera.
Alla fine dell’anno scolastico, organizziamo una festa in cui c’e’ la premiazione degli studenti piu’ bravi: cioe’ tutti.
Ad ogni alunno regaliamo un capo di vestiario, diamo una bibita ed un dolce per invogliarli a fare ancora meglio nell’anno scolastico seguente.
Anche la scuola speciale e’ un aspetto importante di Chaaria che va nella linea della promozione umana, del dare anche ai piccoli il massimo rispetto, come sempre ci ha insegnato il nostro Padre Cottolengo.
“Studiare” rende i ragazzi orgogliosi, li tiene impegnati e da’ loro uno stimolo di emulazione e di competizione che da’ piu’ sapore alla loro vita che altrimenti potrebbe essere veramente molto noiosa.

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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