domenica 14 dicembre 2008

Mango: così dolci e così amari


Vedo passare in corridoio la barella dell’out-patient. Su di essa un cumulo di stracci impolverati ed insanguinati. Dietro all’infermiere vedo Marete, il mio amico poliziotto che sorregge una donna in lacrime.
“Questa volta non e’ un caso giudiziario”, mi dice ancora prima che io chieda. “Ho solo deciso di aiutare questa mamma disperata”.
Mentre sollevo leggermente il telo che ricopre quel corpo senza vita e con la testa spappolata, mi rendo conto che si tratta di un bimbo della apparente eta’ di 7 anni; quindi chiedo con curiosita’ e tristezza: “cosa hanno fatto a questo piccolo?”.
Marete mi spiega che il bambino era scappato da casa senza dire alla mamma dove andava. Doveva essere una marachella come tante, come quelle che tutti noi abbiamo combinato alla sua eta’: aveva un appuntamento con un gruppo della sua eta’ per andare a raccogliere mango da un albero non lontano da casa.
Normalmente i ragazzi iniziano a tirare sassate e bastoni contro la chioma dell’albero maestoso, ma quando non riescono a far cadere i deliziosi frutti, uno di loro decide di arrampicarsi.
Il problema e’ che i rami della pianta sono molto deboli e spesso non reggono al peso del corpo di chi ci si e’ avventurato.
Mango1.JPG
E’ successo cosi’ anche stavolta. Kenneth e’ salito veloce come un gatto ed ha raggiunto i rami periferici dove si trova la maggior parte dei frutti. Questi pero’ si sono rotti improvvisamente, e lui e’ precipitato picchiando la testa contro una pietra. Sembra sia morto sul colpo. Gli amici si sono dispersi, piangendo disperati e dando l’allarme.
Per quella mamma il trauma e’ stato terribile. Lei credeva che il figlio fosse a casa insiema ai fratelli piu’ grandi.
Io la guardo e intravedo la disperazione nei suoi occhi profondi come l’oceano; non so cosa dirle. Sto in silenzio e le poso la mano sulle spalle per un attimo, rimanendo vicino a lei per qualche istante.
Veder morire un figlio deve essere una lacerazione troppo forte che e’ difficile comprendere per chi non ci e’ passato. Provo rispetto e timore davanti a questa giovane donna che piange, urla e tenta di lasciarsi cadere al suolo mentre altri la sostengono e glielo impediscono.
Mi ricordo allora che e’ dicembre: il mese dei mango, ma anche il periodo della silente epidemia di morti e feriti che essi portano con se’. Quanti bimbi perdiamo ogni anno per lo stesso motivo. Quanti arti fratturati.
Appena vedo bambini vicini ad un albero di mango, cerco di mandarli a casa e di dire loro che quello e’ un gioco pericoloso, ma e’ inutile: anche io, da piccolo andavo a rubare le ciliege sull’albero del vicino. E’ molto difficile essere dissuasi a quella eta’. Lo so che per un po’ di settimane ora dovro’ prepararmi a fare molte ingessature.

Fr Beppe Gaido


PS: oggi e’ sabato, ma siccome il dott Franco Cudoni parte per Isiolo lunedi’, abbiamo deciso di sacrificare il week end. Abbiamo 4 interventi programmati, oltre agli inevitabili cesarei. Quando lo specialista ha solo pochi giorni da darci, cerchiamo di sfruttare anche i minuti che lui ci puo’ dare.
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Un albero di Mango


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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