mercoledì 7 gennaio 2009

Briciole di spiritualità per Chaaria e per ogni latitudine

Cercando di “spulciare” alcuni elementi della spiritualità del nostro Santo che potessero aiutarci sia a Chaaria che a Tachina, che in Italia, laddove ognuno di voi si trova a vivere, ho provato ad elencare alcune caratteristiche veramente care al Cottolengo, in modo che ognuno di noi si senta stimolato ad imitarlo sempre più da vicino. Siccome ciò che ci accomuna è la nostra sensibilità ai problemi del Terzo Mondo e a quelli dei poveri della terra, ho elencato alcuni punti che il Cottolengo ci indica come linee guida per ogni nostro impegno di servizio ai meno fortunati. Si tratta di idee sparse che ho raccolto qua e là, di briciole appunto... prendetele per quello che sono. Ecco quindi alcuni atteggiamenti che il nostro Santo ci consiglia:

- L'umiltà: i poveri sono i nostri padroni. Non dobbiamo avere aria di superiorità nei loro confronti.
- Rispetto e riverenza. Il Cottolengo ci ricorda: "Se voi pensaste e comprendeste bene qual personaggio rappresentano i poveri, li servire¬ste sempre in ginocchio". Troppo spesso manchiamo di rispetto ai poveri, soprattutto ai più indifesi.
- I poveri devono essere serviti il meglio possibile, anche se il Santo teneva molto anche alla sobrietà. Nell'Ospedale il Santo non guardava a spese. Il dott. Granetti testimonia: "Non vi sono limiti di prescrizioni, nè di vitto". Insegnava a tutti i suoi figli: "Non facciamo economia coi poveri, perchè quanto abbiamo è tutto di essi, e noi pure siamo di essi". Per quanto possibile, voleva che si accontentassero anche i gusti: "a chi vuole il lesso, dateci il lesso; a chi vuole l'osso per rosicchiarlo, dateci l'osso, purchè non sia contro le prescrizioni del medico". Era convinto che " ciò che talora non fa il cibo, lo fa la buona grazia e la carità con cui si somministra".

- Il Cottolengo voleva consolare i malati nelle loro tribolazioni, e per questo desiderava che il nostro servizio fosse particolarmente sereno: "Quando, per dovere, andate a far visita ai poveri infermi, andate sempre allegramente,e se non potete far loro grandi cose, fate quel poco che potete con un gran cuore, perchè qui sta il busillis: Far tutto con un gran cuore" .
"Il vostro servizio deve essere condito con tanta buona grazia e belle maniere che possiate guadagnarvi i cuori; deve essere come un piatto ben preparato, la cui vista eccita l'appetito".
- Il servizio non si ferma davanti al sacrificio. Il santo vuole che siamo pronti a servire, "anche con il sacrificio della vita". Ci ricorda che "è una bella cosa sacrificare la sanità ed anche la vita per i poveri". Spesso siamo stanchi, ma se siamo capaci di sorridere anche in queste circostanze, ciò diventa un capolavoro. Il sorriso su un volto stanco conquista l'anima.
- Per incontrare Gesù nel povero, bisogna sapersi fermare: dobbiamo saper rallentare il passo; i criteri di produzione e di efficienza che regolano il mondo di oggi a contatto con i poveri, gli handicappati, i malati, vengono capovolti. Per questo bisogna cambiare marcia con i più piccoli. Dobbiamo saper perdere tempo con i poveri, per dar loro la sensazione di essere importanti per qualcuno...e anche se per fare cose piccole e semplici con loro ci vuole un sacco di tempo, non importa, purchè la persona del povero si senta rispettata e apprezzata per il suo impegno. E se, per ascoltarli occorre sentirsi ripetere sempre le stesse cose, ciò realizza pienamente il nostro ideale di servizio.
- Per poter incontrare Gesù nei poveri, bisogna saperli osservare: all'uomo piace guardare le cose belle; Dio è bellezza, e ciò che è bello riempie il cuore e porta gioia. Se guardiamo i nostri poveri, non sempre potremo trovarli belli o gradevoli. Però anche qui siamo invitati a fare un salto: i loro occhi puri e disarmanti, i loro sorrisi semplici, la loro serenità di fondo, la loro fede purificata dal dolore ci appariranno colmi di una grande bellezza spirituale e saranno guida per ritrovare in essi la persona stessa di Gesù che continua a soffrire per noi sulla croce.

Ciao Beppe



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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