martedì 26 maggio 2009

Kala Azar

Il termine un po’ esotico che difinisce questa malattia deriva dalla lingua Hindi, e significa “malattia nera”.
Si tratta di una malattia parassitaria, tecnicamente chiamata leishmaniosi viscerale, e causata da varie sottospecie del protozoo leishmania. In Africa Orientale dove noi ci troviamo, la sottospecie piu’ frequentemente diagnosticata e’ la leishmania donovani.
Come la malaria, anche questa malattia necessita’ di un vettore, ed anche in questo caso si tratta di una zanzara: la patologia e’ trasmessa da un tipo diverso di insetto, chiamato “sandfly” (genere phlebotomus, per gli addetti ai lavori).
Si tratta di una zanzara a ciclo diurno (cioe’ non punge di notte), che ama vivere in vicinanza di termitai e a stretto contatto con mandrie di bovini.
Il Kala Azar ha un lungo periodo di incubazione, variante tra i 2 ed i 6 mesi. Per ragioni sconosciute, i maschi sono tre volte piu’ suscettibili alla malattia delle femmine.
Fortunatamente la malattia e’ rara nelle statistiche del nostro ospedale.

I sintomi piu’ comuni sono:
• Febbre
• Splenomegalia progressiva fino a dimensioni enormi (milza ingrandita)
• Epatomegalia (fegato ingrandito) con alterazione degli enzimi epatici
• Linfadenomegalia (linfonodi ingranditi)
• Alterazioni dell’emocromo, con anemia, caduta dei globuli bianchi e delle piastrine.
• Progressivo decadimento delle condizioni generali
• Aumento della pigmentazione cutanea (da cui il nome)
• Tosse (dovuta a diminuzione delle difese) e sanguinamento dal naso (piastrine basse).

Spesso i pazienti si presentano al Cottolengo Mission Hospital dopo aver visitato dei guaritori tradizionali, e frequente e’ il riscontro di scarificazioni cutanee o ustioni sull’area epatica o splenica, magari ormai in preda ad infezione (metodi di medicina alternativa).
I malati di Kala Azar sono molti predisposti alle infezioni sovrapposte, avendo globuli bianchi ridotti e malfunzionanti: polmonite, dissenteria amebica o batterica, TBC sono complicazioni comuni.
La mortalita’ senza terapia arriva fino al 90% dei pazienti.
La diagnosi differenziale per noi in East Africa comprende:
• La splenomegalia secondaria a malaria cronica (tropical splenomegaly)
• Linfomi e leucemie
• Anemia autoimmuni da emoglobine anomale, come la sickle cell disease (anemia a cellule falciformi).
Esiste certamente una correlazione tra leishmaniosi viscerale ed HIV: i pazienti sieropositivi sono predisposti a forme gravi e spesso mortali di Kala Azar; inoltre nei soggetti immunocompromessi sono molto alte le percentuali di recidiva dopo terapia.
La diagnosi per noi e’ basata solo sulla presentazione clinica e sulla puntura splenica, che, dopo accurata colorazione in laboratorio, ci permette di vedere gli amastigoti di leishmania donovani.
Non abbiamo a disposizione test di tipo antigene-anticorpo (IFAT, ELISA, DAT) che sarebbero piu’ sicuri e meno pericolosi.
La terapia e’ molto tossica, e prima di iniziarla e’ importante curare le infezioni intercorrenti, come ad esempio malaria, polmonite o dissenteria. Bisogna inoltre cercare di stabilizzare le condizioni emodinamiche, con trasfusioni se necessario. Occorre anche provare a migliorare lo stato nutrizionale, al fine di dare al paziente la forza di tollerare il farmaco specificamente usato per il Kala Azar.
In altre parti del mondo sono a disposizione anche altri prodotti, come la pentamidina, l’amphotericina B liposomale, ma a Chaaria possiamo comprare solo Sodio Stibogluconato (Pentostam).
Il farmaco e’ costoso e tossico. Normalmente lo somministriamo intramuscolo, anche se ci sono studi che lo propongono endovena. La terapia dura 30 giorni, ed il paziente deve rimanere ospedalizzato per monitoriare gli effetti collaterali, soprattutto la cardiotossicita’ della medicina.
Ma come e’ successo a Glory, molto spesso i malati non riescono neppure ad iniziare il ciclo terapeutico.

Fr Beppe Gaido



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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