domenica 30 agosto 2009

Una natura mozzafiato

La giornata di studio e' conclusa ed io sento il bisogno di un po' di solitudine. Sono stanco di conversazioni dotte e di confronti scientifici sull'ultimo articolo apparso su "The Lancet", e che devo far finta di aver letto, per non apparire ignorante di fronte a giovani colleghi incravattati.
Mi siedo per terra, e davanti a me ho una campagna brulla e riarsa da un sole ancora alto all'orizzonte. Sono sempre affascinato e colpito dai nomadi, che da una parte mi paiono cosi' primitivi, e dall'altra mi sembrano dei monumenti alla essenzialita' e alla forza nell'arte della sopravvivenza.
In lontananza vedo donne avvolte solo in trazidionali kitenge, le quali si avviano tutte verso un puntino vicino all'orizzonte. Hanno delle taniche di plastica gialla sulle spalle o sulla testa. Probabilmente contenevano prima degli aiuti alimentari, ed adesso servono per la raccola dell'acqua. Credo che ci sia una sorgente, in quanto tutte si dirigono nello stesso luogo, da cui altre riprendono il cammino con il prezioso materiale sul capo.
Un po' piu' vicino a me ci sono alcuni pastorelli coperti con uno straccio che li avvolge dalle spalle alle ginocchia. Sono forse annoiati dal lavoro di mandriani e decidono di dare assalto ad uno delle centinaia di termitai che punteggiano il panorama. Sono delle torri di terra insecchita, un vero monumento all'ingegnosita' della natura. Ne hanno preso si mira uno e lo colpiscono ripetutamente dapprima con pietre e poi con i bastoni da pastori. Sembrano presi da una furia incredibile e continuano l'opera distruttiva finche' decapitano la struttura ed osservano quelle povere bestioline cieche agitarsi per proteggersi dal sole bruciante e per trovare una via verso il sottosuolo. Non appena le termiti sono state scovate i bambini si stufano e ritornano versp le loro capre. Chissa' da dove viene tutta questa violenza che porta i bimbi a infierire contro creature innocue e indifese? E' la stessa innata violenza che caratterizzava la mia infanzia quando mi divertivo a dare la caccia alle
lucertole e tagliare loro la coda o appiccare loro il fuoco, dopo averle cosparse con dell'alcool.
Un po' piu' lontano un altro pastorello si divertiva ad attraversare la strada appena prima del passaggio di un matatu... ma questa volta gli e' andata male, perche' l'autista si e' fermato e lo ha sculacciato a dovere, sollevando il povero straccio che gli copriva il sederino.
Alzo gli occhi e non vedo altro che terra bruciata, manyatte e poco bestiame. Il sole brucia e non tira un filo di vento. Questa natura selvaggia e crudele mi da' insieme un senso di liberta' infinita e di oppressione profonda. Quasi senza rendermene conto mi ritrovo a pregare per questi piccoli monelli che non hanno mai visto una scuola e per le loro mamme che, giorno dopo giorno. cercano di farli sopravvivere, nonostante la miseria che li morde quotidianamente.


Fr Beppe



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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