lunedì 31 agosto 2009

Il mercante di cammelli

Da sempre i cammelli mi piacciono moltissimo perche' sono teneri ed eleganti, e si muovono in un modo che a me pare una danza. Ieri pomeriggio, alla fine dei lavori, sono andato a fare un giro al mercato del bestiame. E' una scena che mi piace sempre tanto. Uomini avvolti nei loro abiti tradizionali, sospingono i loro capi di bestiame lungo sentieri polverosi, verso un punto prefissato. Al centro del mercato c'e' un recinto fatto di poche assi su cui sono assisi degli anziani che masticano qualcosa, forse miraa, sputano ripetutamente sul terreno e fanno le loro offerte per la bestia al centro del serraglio in quel momento. La vendita sempre avviene con il metodo dell'asta: l'animale sara' acquisito dal miglior offerente. Non si tratta solo di mucche, ma anche di capre e di cammelli.
Attorno al mercato ci sono baracche di legno in cui le donne preparano porridge ed altre bevande tradizionali che i pastori di tanto in tanto acquistano. E' una scena di vita molto caratteristica.
Con mia sorpresa vengo avvicinato da un uomo anziano avvolto in un turbante. Dice di conoscermi e di sapere che sono il dakari di Chaaria.
"Come mi conosci visto che siamo a centinaia di chilometri di distanza?"
Lui mi indica i suoi cammelli e mi invita ad avvicinarmi e ad accarezzarli, assicurandomi che non mi morsicheranno. "Due volte all'anno facciamo una spedizione con un centinaio di queste bestie. Ci mettiamo insieme alcuni proprietari, in modo da proteggerci e farci coraggio lungo la strada. Camminiamo da qui fino a Nairobi, dove molti cammelli vengono venduti per il macello... alcuni pastori pero' continuano il cammino fino alla costa, dove vendiamo le nostre bestie per l'esportazione verso i Paesi Arabi. Cerchiamo di evitare l'asfalto il piu' possibile, in quanto le auto spaventano i cammelli. Usiamo sempre la Mati Road, quella che passa da Chaaria Market e dormiamo vicino ai nostri animali. Sei mesi fa ho avuto un attacco di malaria proprio nei pressi del vostro ospedale. Tu mi hai curato e poi hai voluto venire a vedere dove eravamo accampati con i cammelli. Ti ricordi?".
"Si', adesso mi rammento del fatto, ma non avrei potuto riconoscere la tua faccia".
"Capisco... per noi e' piu' facile focalizzare un bianco, soprattutto se questo ti ha aiutato quando stavi male ed avevi pochi soldi".
Sono stato molto contento di questo incontro con il pastore, e con i suoi cammelli, a cui ho dato da mangiare delle carote.
Un altro momento molto bello di ieri e' stato quello della Messa. Ero l'unico cattolico nel convegno ed ho dovuto ingegnarmi ogni giorno per sgattaiolare fuori il mattino presto per la Messa.
La celebrazione domenicale e' stata comunque veramente eccezionale, con un coro bellissimo che cantava anche in tre voci. Il Sacerdote parlava un kiswahili perfetto e non mi sono accorto che il tempo passava. Due ora di Eucarestia sono trascorsi in un baleno... Era mezzogiorno e quindi non ho perso molto delle cose che avrei potuto apprendere.
Ora iniziamo il viaggio di ritorno, con qualche nozione in piu' in testa, ma soprattutto con la mente riposata e con la voglia di rendermi ancora utile.
Sostanzialmente abbiamo ripetuto le cose che gia' si sanno: che sempre bisogna offrire un test HIV a tutti i pazienti con TBC; che il ciclo terapeutico e' stato ridotto dagli 8 mesi precedenti ai 6 mesi attuali; che dobbiamo curare al massimo la aderenza alla terapia perche' ci sono notizie allarmanti circa ceppi resistenti ai comuni farmaci anti TBC.
Ci sentiamo a Chaaria dopo il rientro.


Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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