domenica 13 settembre 2009

Gran movimento nella casa di Suor Oliva


Mercoledi’ scorso siamo arrivati anche noi due. Oggi compiamo 10 giorni di vita. Siamo maschietti. La nostra mamma era molto giovane e povera. Ha tentato di partorire a casa ma le cose non sono andate per il meglio. C’e’ stata una emorragia importantissima, e le donne del villaggio che si erano adunate per aiutarla, non si sono rese conto che la nostra mamma era gia’ anemica a causa della alimentazione scarsa e a motivo di ripetuti attacchi di malaria che le avevano fatto gonfiare la milza.
L’hanno tenuta a casa, dicendole che sarebbe migliorata, ma il respiro di nostra mamma e’ diventato sempre piu’ affannoso e superficiale. Lei era sempre piu’ debole, e non riusciva neppure a stare seduta. Poi il suo cuore ha smesso di battere... sarebbe bastata una trasfusione, ma tutto questo non e’ avvenuto. Quando saremo grandi ci batteremo anche noi per far capire quanto sia sbagliato voler partorire a casa. Sembra che sia un risparmio di soldi, ma per noi non sarebbe meglio avere nostra madre anche se avessimo speso qualche centinaia di scellini?
Ci chiamiamo Bonface e Ken. I nostri nomi sono stati scelti dalla mamma, prima che ci lasciasse. Il nostro papa’ non lo conosciamo. Forse siamo nati a causa di una avventura galante. Quindi siamo completamente orfani, anche se tecnicamente siamo certi che nostro padre e’ vivo.
Abbiamo invece sentito che Lydia ed Erick prsto verranno trasferiti all’orfanotrofio di Nkabune. E’ una notizia molto triste per tutti i bambini qui presenti, ma anche per i volontari che si prendono cura di noi. D’altra parte ci rendiamo conto che e’ molto difficile seguirci bene, ora che siamo un po’ troppi... infatti siamo in sette e siamo tutti piccolissimi.

I gemellini


Gemellini.jpg

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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