venerdì 1 gennaio 2010

La morte improvvisa di Baariu

E’ successo tutto molto in fretta. Sembra che Baariu sia stato bene fino a poche ore prima, continuando a lavorare nel suo piccolo dispensario. Poi ieri mattina, un suo vicino ci ha chiamato perché lo sentiva rantolare in camera. Baariu era solo, quando Joseph ed il dott Ogembo sono arrivati con l’ambulanza. La porta di casa era aperta: hanno trovato un Baariu estremamente dispnoico, con gambe enormi a causa dell’edema, e cosparso di sudore freddo.
A fatica lo hanno convinto a farsi mettere in ambulanza: era evidentemente confuso.
Arrivati all’ospedale me lo hanno subito presentato: osservarlo in quelle condizioni mi ha causato una stretta al cuore. Devo veramente tanto a Baariu. Ma ho cercato di non farmi soverchiare dall’emotività: ho fatto un ECG che ha dimostrato un blocco di branca sinistro, con infarto miocardico pregresso. All’eco, il cuore praticamente non si muoveva più.
La fine di Baariu mi è subito sembrata imminente, ma abbiamo cercato di fare del nostro meglio per salvarlo.
Abbiamo tolto dell’acqua dai suoi polmoni con una procedura che si chiama toracentesi. Gli abbiamo praticato dei farmaci per aiutare il cuore a contrarre con più forza. Gli abbiamo somministrato dei diuretici, allo scopo di sbloccare i suoi reni e ridurre l’edema del suo corpo.
E’ stato sempre tutto molto difficile: da una parte Baariu aveva bisogno di lasix, ma dall’altra la sua pressione era imprendibile. Sarebbe stato utile usare della dobutamina, che però non abbiamo.
La pressiona arteriosa controindicava anche l’uso di altre medicine importanti nello scompenso cardiaco, come i nitroderivati ed i betabloccanti.
Baariu ha continuato ad essere semi-cosciente, ma molto agitato. Mi ha sempre riconosciuto fino all’ultimo, ma a volte pensava di essere a casa sua o nel suo campo.
I reni non hanno mai risposto alle nostre terapie. Dopo dodici ore di lasix, il sacchetto dell’urina rimaneva costantemente vuoto.
Alle ore 23 sono passato a salutarlo: mi ha detto di star meglio e di voler riposare un po’. La sua pelle era ancora madida di sudore gelido.
Venti minuti dopo ha smesso di respirare senza un lamento. Non è riuscito a vedere il 2010.
Con Baariu tramonta una figura storica sia per Chaaria che per il Cottolengo Mission Hospital.
Era stato il primo clinical officer ad operare in questa zona, sin da tempi precedenti l’arrivo dei missionari cottolenghini. Credo che si sia trasferito a Chaaria negli anni ’70.
Poi, quando il dispensario del Cottolengo cominciava a diventare sempre più affollato, ed io non ce la facevo più a gestire tutte quelle patologie con il solo aiuto di Fr Maurizio, ero andato a trovarlo nella sua clinichetta e gli avevo detto:
“Daktari, perché non lavoriamo insieme e non uniamo le forze, invece di operare in due strutture così vicine ed in competizione tra di loro?”.
Dopo avermi accolto nel suo studiolo ed avermi offerto un bicchierino di alcol, credo a 90°, Baariu mi aveva detto un sì immediato.
Abbiamo quindi lavorato insieme per 6 anni. E’ stato il primo clinical officer del Cottolengo Mission Hospital, e sempre mi ha aiutato ed ha dato il meglio di se stesso: Baariu è stato capace di curare i pazienti non solo con la scienza medica, ma anche con quel pizzico di magia e stregoneria, che tanta presa esercitano sulla psicologia dei pazienti africani, e soprattutto dei più anziani.
Nel 2006, a causa delle sue condizioni di salute rapidamente ingravescenti, avevamo insieme optato per il pensionamento: dopo Baariu sono venuti altri clinical officers, ma il ricordo dell’anziano dottore-guaritore-stregone-consigliere non è mai venuto meno.
Nonostante il fatto che si fosse ritirato dall’attività clinica stressante del nostro centro, ha continuato a lavorare nella sua clinichetta, e devo dire che gli anziani di Chaaria si sono sempre fidati di lui più ancora che di me.
Baariu ha continuato una ottima collaborazione clinica con noi: ci inviava spesso i suoi malati per ecografie o per consulti.
Soprattutto il suo modo di far le circoncisioni, in una maniera che faceva coincidere sia le esigenze minime di asepsi che quelle tribali del rito di iniziazione, lo ha reso famoso fino al momento della morte: ha operato ragazzi sino alla settimana scorsa.
Ora è in Paradiso. Lo piangiamo e ne sentiamo la mancanza, come uomo e come clinico di valore.
Preghiamo per il riposo della sua anima, e perché sua moglie ed i suoi figli possano trovare rassegnazione e pace.


Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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