martedì 19 gennaio 2010

Stigmatizzazione

“Doctor, sono sieropositiva e sto prendendo la terapia antiretrovirale. Sto andando bene, e la mia salute tiene. Ora vengo a parlarti di mia figlia. Lo sai che e’ positiva anche lei, perche’ purtroppo ha contratto il virus alla nascita.

Per adesso non e’ ancora in ARV, ma sta assumendo il bactrim.

Il problema piu’ grosso e’ che da una settimana sta rifiutando la profilassi, e vuole sapere perche’ lei deve sempre trangugiare medicine, pur non essendo malata malata.

Purtroppo, la mia scelta di essere aperta sulla mia malattia e di partecipare persino a gruppi di sostegno per persone affette da HIV, sta involontariamente colpendo anche lei: la gente sa della mia condizione, ed a scuola gli altri bambini la prendono in giro e le gridano che anche lei ha l’AIDS.

La bimba viene a casa alla sera piangendo, e mi chiede se e’ vero che e’ malata di quella malattia terribile.

Nelle “drammatizzazioni” per bimbi nelle scuole, l’AIDS e’ purtroppo sempre descritto come un mostro che distrugge le famiglie e che colpisce le persone che non hanno una buona moralita’ a casa. Queste rappresentazioni, pur con uno scopo lodevole, sono spesso troppo moraleggianti, e a volte creano un clima di terrore.

Io le ho sempre detto che noi siamo persone come si deve, e che non possiamo esserne affette. Finora infatti non ho trovato le parole per spiegarle la verita’, in quanto ha solo nove anni e non so neppure quello che potrebbe comprendere alla sua eta’; come posso spiegarle che suo padre, ora defunto, mi e’ stato cosi’ infedele da farci questo tremendo regalo prima di andarsene in cielo?

Per tutte queste ragioni, le ho sempre ripetuto di lasciarli parlare… perche’ lei sta bene, e gli altri sono solo gelosi.

Ma la piccola mi ha incastrata, ed ora rifiuta di assumere farmaci proprio in quanto io l’avevo assicurata che non era malata. Cosa devo fare, dottore?”

“Si tratta di una situazione molto complessa, che purtroppo non e’ piu’ soltanto medica, ma affonda le radici nella stigmatizzazione diffusa, e nel rifiuto dei malati di AIDS da parte della societa’.


Con una bambina cosi’ piccola non sara’ facile, ma cercheremo di farglielo capire. La sua e’ un’eta’ difficile in cui lei deve aprire gli occhi e rendersi conto che ha bisogno delle medicine per continuare a vivere. Gliene parleremo pian piano, e spero che arrivera’ a comprendere, ponendo fine allo sciopero di protesta ora iniziato”.



Ai tempi di Cristo era la lebbra; poi sono venute le grandi pestilenze del Medioevo con la paura degli untori; quindi e’ stata la volta del mal francese (sifilide), poi della TBC. Ora, almeno qui da noi, i nuovi lebbrosi sono i malati di AIDS.


Quando la finiranno gli esseri umani di escludere dei loro fratelli per categorie preconfezionate, che li fanno apparire loro cattivi o pericolosi?


Cosa ha fatto di male questa bambina per essere ostracizzata dai suoi compagni di scuola? E’ chiaro che, anche vedendola cosi’ magra, tutti noi sappiamo che non arrivera’ certo alla maggiore eta’. Per quale sottile forma di crudelta’, ancora si tenta di aggiungere alla sua sofferenza fisica (che certo non sara’ da poco) anche quella morale dovuta al rifiuto ed al disprezzo?




Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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