C’e’ un rigagnolo di sangue che parte dal cancello della Missione ed arriva fino alla sala di attesa. Lo seguo incuriosito pensando ad una persona ferita da un machete. Come i granelli di riso per Pollicino, le gocce rubiconde sul pavimento mi conducono diritto ad una ragazzina che giace sdraiata su una panca. Respira affannosamente, sembra molto anemica, ed e’ completamente sola. La guardo un attimo e cerco di darle un’eta’: avra’ forse 15 anni. Gli altri pazienti seduti vicino a lei hanno continuato la loro attesa individualistica e non si sono minimamente preoccupati.
Chiedo aiuto al guardiano per portarla dentro. La giovane dice che puo’ camminare. La sosteniamo per le spalle. Lei suda freddo ed e’ debolissima. Procede a gambe leggermente divaricate, ma la cosa non mi stupisce in quanto penso che lo faccia per trovare piu’ equilibrio.
Poi, ad un certo punto, sento uno “splash” sul pavimento, ed avverto i miei piedi nudi umidi di schizzi. Immagino di cosa si tratti, e guardo lentamente, quasi con la paura di quanto mi tocchera’ vedere. Ed infatti e’ proprio cosi’: sul cemento rosso del nostro androne, tra le gambe della giovane che si regge in piedi a mala pena, vedo un feto di circa 5 mesi accovacciato sulla sua placenta…tutt’intorno c’e’ un lago di sangue, in cui noi sguazziamo come in una pozzanghera. Vicino al bimbo, l’immancabile bastoncino di “cassava” che qualche fattucchiera aveva inserito nel corpo della ragazza per suscitare le contrazioni.
La scena suscita grida di orrore e panico tra gli astanti, ma nessuno si avvicina per aiutarci. Dico a Joseph di andare a prendere la barella, mentre io lentamente sdraio a terra la paziente. E’ un lavoro non facile per me oggi, perche’ ho la malaria e sto lavorando in condizioni fisiche non ottimali. Provo capogiro mentre la appoggio sul pavimento e temo di fare un tonfo addosso a lei. Ma Joseph arriva in fretta, insieme a Kanyua. Sono loro a sollevare la malata sulla lettiga. Io mi rialzo pian piano, cercando di rimanere in equilibrio. Susan, accorsa dalla sala parto, raccoglie la creatura in una coperta e la porta al punto nascita per vedere se ci sono le condizioni minimali per tentare una rianimazione: “Doctor, il bimbo gaspa, ma sembra di appena 24 settimane. Non ce la fara’ mai”.
“Va bene… e’ chiaro che, nelle nostre condizioni, questo sarebbe un inutile accanimento terapeutico. Mettilo semplicemente al caldo in incubatrice ed aspettiamo. Piuttosto, mettete la mamma sul lettino e vediamo se ha bisogno di una revisione della cavita’ uterina”.
“Doctor, penso proprio di si’, perche’ ho analizzato la placenta che abbiamo raccolto da terra. Le membrane sono incomplete”.
“Okay, facciamo il raschiamento subito, prima che si anemizzi in modo irreparabile”. Appena pero’ la paziente e’ messa in posizione, e noi possiamo avere una visione adeguata della situazione, ci rendiamo conto che il dramma e’ ancora piu’ inquietante. La fattucchiera che ha inserito quel ramo nel corpo della ragazza, sicuramente non era un’infermiera, ne’ aveva alcuna conoscenza anche vaga dell’anatomia. Ha semplicemente lacerato la parete posteriore dell’organo, ed il bimbo e’ precipitato sul pavimento, non attraverso il normale canale del parto, ma passando in una ferita causata dall’imperizia di quella persona senza scrupoli.
Fortunatamente e’ andato tutto bene. Siamo riusciti a suturare la breccia, e la giovane si e’ svegliata senza difficolta’, pur dovendo ricevere una sacca di sangue.
“Chissa’ perche’ lo ha fatto?!”, continuo a domandarmi.
I suoi genitori sono arrivati piu’ tardi, e non potevano credere al mio racconto. Pensavano che la figlia fosse a scuola, ed invece se la ritrovano mezza morta in ospedale, a causa di una pratica insensata di aborto tradizionale.
“Penso che vostra bambina avra’ bisogno di molto sostegno. Non siate duri nei suoi confronti. Il senso di colpa che la assalira’ sara’ tremendo, soprattutto quando, se vorra’, le faremo vedere la creatura che ora ha smesso di respirare. Era un maschietto, e pesava 900 grammi. Aiutatela a capire il suo sbaglio… ma fatelo attraverso il vostro amore. Penso che le botte e le minacce non le gioverebbero.
Ora vi accompagno da lei”.
Fr Beppe
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