venerdì 12 febbraio 2010

Chaaria

Se cercate questo nome su google map o google earth, probabilmente non lo troverete ancora. Ma provate comunque ad immaginarvi in Kenya, a soli cinque chilometri dalla linea dell’equatore, nella verde regione collinare del Meru, lontani 400 km dalla polvere e dal frastuono di Nairobi, isolati in tutte le direzioni da almeno 20 km di sterrato molto dissestato, siate pure sicuri che sarete accolti presso il Chaaria Mission Hospital, un ospedale missionario italiano di frontiera. E gestito dai fratelli e dalle suore del Cottolengo di Torino.
Ho trascorso due settimane a Chaaria. Arrivato ormai da più di una settimana a casa, ho avuto un po' di tempo per lasciare sedimentare il turbinio di pensieri che mi hanno accompagnato nel corso della mia prima esperienza di volontariato sanitario in Africa.
Giorni intensi. Troppo intensi perché una penna principiante e maldestra come la mia li possa descrivere efficacemente. Ma tanti ricordi ed emozioni differenti si fondono insieme come pennellate di colore che si compongono in un vivido paesaggio impressionista. 
L’ospedale
Lo studio di Beppe: il cuore scientifico di Chaaria
Se ritorno con la mente ai giorni trascorsi mi vedo subito immerso nell’attività febbrile dell’ospedale, nella penombra dell’angusto corridoio della sala d’attesa, dove i clinical officers si occupano dei pazienti ambulatoriali che si affollano sulle panche della sala vicina. Questi smistano i casi più complessi o necessitanti di ricovero che sono riferiti alla visita del medico, gli altri pazienti invece sono mandati a casa già con diagnosi e trattamento. Attraverso una porticina si accede ai locali che costituiscono il cuore pulsante dell’attività ospedaliera: la studio di fratel Beppe, dove si consulta, si effettuano ecografie e se ne compilano i rapporti al computer. Qui Beppe prende le decisioni cliniche più complesse e qui ha sede anche la biblioteca scientifica dell’ospedale. Su una piccola scaffalatura che fronteggia la porta d’ingresso della stanza sono allineati bei testi di medicina e di chirurgia tropicale, carichi di preziosi consigli pratici e dettati dal buon senso e da esperienza clinica. Spesso donati da volontari passati a Chaaria, quei libri, a volte un po’ lisi per essere stati consultati più e più volte da fratel Beppe,  rimangono una grande fonte d’ispirazione e di entusiasmo scientifico per un giovane come me, desideroso di apprendere il più possibile di una medicina così diversa per molti aspetti da quella dei paesi industrializzati.

La farmacia
Dinanzi allo studio di Beppe si trova la farmacia, in cui si trova sempre qualcuno addetto alla distribuzione dei farmaci e del materiale sanitario di cui ci sia bisogno per l’attività ospedaliera. Va detto che in un contesto sociale e geografico difficile come quello di Chaaria l’approvvigionamento dei farmaci è sempre difficoltoso. Bisogna spesso fare affidamento alle risorse provenienti da Nairobi o, per i farmaci più costosi, alle donazioni della Piccola Casa di Torino o di alcuni volontari che arrivano dall’Europa. Essendo il rinnovo del materiale a volte non sistematico, saltuario e sempre autofinanziato, la farmacopea di cui fratel Beppe dispone è senz’altro molto limitata rispetto ad un normale presidio sanitario occidentale; a ciò si deve aggiungere che, malgrado il tentativo di controlli più attenti sul movimento di farmaci in ospedale, purtroppo vengono spesso registrati ammanchi sospetti, contro cui i fratelli combattono inesorabilmente. E in un ospedale come Chaaria ciò  è  assolutamente inaccettabile non solo per gli operatori che vi lavorano ma anche e soprattutto per i malati che ne provano le conseguenze sulla propria salute.   Nondimeno, la Provvidenza, il buon senso e la grande esperienza clinica di Beppe sino ad oggi sono riuscite quasi sempre a sopperire efficacemente alle necessità di trattamento di base dei tantissimi malati ricoverati e ambulatoriali.

La sala operatoria
Progredendo ancora di qualche metro si incontra una stretta porta sulla sinistra, ai cui piedi sta, un po’ ripiegato, un lenzuolo di cotone bianco. Passando talvolta in corridoio, chi è nuovo a Chaaria non può non notare su di esso l’enigmatica presenza di qualche paio di sandali di cuoio. Per chi dell’ospedale ha invece l’abitudine, è chiaro segno di presenza umana nella piccola sala operatoria, a cui la stretta porticina dà accesso diretto.
Vi si entra a piedi nudi per calzare subito gli zoccoli di gomma colorata accostati ordinatamente al muro sulla sinistra. Sollevando lo sguardo, la prima volta non si può non venire colpiti dalle dimensioni limitate della sala, che appare angusta e, per chi non è avvezzo al caldo importante, quasi subito soffocante. Sul fondo, di fronte alla porta, si nota una ampia finestra naturalmente sempre chiusa e semi-oscurata. Alle pareti giallo pallido della sala sono accostati i pochi oggetti che serviranno nei diversi momenti di preparazione e di esecuzione dell’intervento chirurgico. Lungo il muro di sinistra la macchina dell’elettrocoagulazione intralcia un po’ il cammino per giungere al fondo, dove, sul piccolo lavabo, si trova l’occorrente per la disinfezione delle mani: una saponetta sulla destra e una vaschetta trasparente colma di iodopovidone diluito, in cui sono immerse diverse spugnette per lo scrub. Più a destra, sotto la finestra, vi è un tavolino a più livelli dove di solito si trovano grandi contenitori cilindrici in alluminio con teli di verde più o meno stinto dai molteplici lavaggi: alcuni serviranno per l’asciugatura delle mani, altri per la preparazione del campo operatorio. Quando entra in sala, il chirurgo di solito trova già pronta la scatola metallica del set di utensili adeguati al tipo di intervento che si appresta ad eseguire. Saranno Makena, Kanyua o Celina, le ragazze della sala, a preoccuparsi di aprirla e di porre con accuratezza i tanti ferri sull’alto tavolo di strumentazione. Pur essendo sempre completi, i set dispongono talvolta di ferri chirurgici utilizzati troppe volte: nel set del taglio cesareo è il caso per esempio delle forbici, che ormai mostrano evidenti segni di usura. Anche con i fili di sutura bisogna spesso accontentarsi: il rigido e spesso catgut, desueto ed ormai quasi sconosciuto in Europa è invece ancora largamente di moda nei Paesi in via di sviluppo dove viene importato da un’azienda britannica a minor costo rispetto ai fili di nuova generazione più affidabili.
I pochi farmaci utilizzati da Jesse, il simpaticissimo anestesista di Chaaria, sono invece stipati in un sottile armadietto metallico alla destra dell’ingresso; purtroppo per mancanza di competenza tecnica e di materiale, oltre alla rachianestesia che è largamente utilizzata, sino ad oggi a Chaaria l’anestesia generale s’induce senza intubazione anche per gli interventi un po’ più importanti, soltanto con la vecchia ketamina, ormai usata in Europa quasi esclusivamente dai veterinari e con il propofol che invece arriva periodicamente dall’Italia. Si comprende quindi il perché Jesse cominci a mostrare evidenti segni di nervosismo quando la durata dell’intervento oltrepassa le due ore.
Al centro della saletta si erge naturalmente il tavolo operatorio, il cui piede argentato tradisce inconfutabilmente l’origine italiana con i due pedali di “salita” e di “discesa”. Anche le divise di sala sono immancabilmente portate dai volontari italiani. A me è capitato di indossare per due giorni la divisa che era appartenuta ad una dottoressa dell’ospedale di Asti dal nome molto simpatico.
Durante l’atto chirurgico, la perizia tecnica di Beppe è innegabile ed ancora più ammirevole se si pensa alla sua formazione specialistica da infettivologo. Ha cominciato ad operare solo dal 2004 grazie a missioni di alcuni chirurghi venuti a Chaaria e disponibili a mostrargli in modo didattico le tecniche degli interventi necessari per il trattamento delle patologie chirurgiche più comuni sia in emergenza che in elezione. Naturalmente ancora molto resta da fare e da imparare e, come mi ha detto molte volte Beppe, un chirurgo volenteroso di insegnare è sempre benvenuto a Chaaria. Durante le mie sole due settimane di permanenza ho potuto avere un assaggio di quello che costituisce la normale attività chirurgica a Chaaria. La patologia ostetrico-ginecologica occupa senz’altro – e qui non posso nascondere certo soddisfazione ed entusiasmo – un posto di primo piano all’interno del registro operatorio dell’ospedale, seguita da interventi di chirurgia generale, che appaiono in aumento, e da una discreta quantità di interventi urologici.

La sala parto
Con i sandali di nuovo ai piedi ci si chiude la porticina della sala operatoria alle spalle e si percorre qualche passo per giungere alla sala parto antistante. Separata dal corridoio centrale da una finestra di vetro smerigliato che richiama un po’ di luce dall’esterno, la stanza contiene due stretti lettini affiancati dalla struttura in metallo verde e giallo, che non nasconde però i segni del tempo. In un angolo del muro si trovano all’occasione i sostegni per le gambe da fissare in caso sia necessario effettuare qualche procedura in posizione ginecologica. Per questo motivo la saletta è utilizzata sovente anche per i piccoli interventi ginecologici e proctologici. I parti fisiologici a Chaaria si svolgono d’abitudine sotto la sola supervisione delle infermiere-ostetriche, che, malgrado il limite delle risorse tecnologiche di cui dispongono, si rivelano piuttosto esperte anche nella gestione dei moltissimi casi complicati che vengono riferiti a Chaaria dalle maternità vicine e che spesso necessitano di un taglio cesareo per essere risolti. Non essendo disponibile un cardiotocografo, il battito cardiaco fetale viene monitorato periodicamente dalle infermiere con il solo aiuto delle tradizionali trombette in legno o in plastica, il cui utilizzo si è fatto ormai più che raro in Europa.
A Chaaria (ma pur essendo alla mia prima esperienza ho la sensazione anche in tutto il resto d’Africa) il parto sembra un affare da donne e la sua esperienza è vissuta assai diversamente  rispetto all’occidente. La moda della presenza del padre durante il travaglio ed il parto, così diffusa a latitudini più elevate, qui non sembra avere ancora fatto breccia, ammesso naturalmente che si conosca l’identità dell’altro genitore, considerando l’elevato tasso di promiscuità e violenza sessuale e le sue conseguenze. La sofferenza del travaglio di parto poi è vissuta dalla grande maggioranza delle gestanti con grande pacatezza e fermezza d’animo, in silenzio ed in solitudine, oppure in piedi, magari nel corridoio dell’ospedale, chiacchierando a bassa voce con le vicine di letto sino alla  successiva chiamata delle ostetriche per il controllo della dilatazione cervicale o del battito cardiaco fetale. Non è naturalmente prevista alcuna anestesia peridurale ed è molto raro vedere somministrare degli antidolorifici dalle infermiere. Quando le pazienti infine sentono che arriva il momento, si presentano magari timidamente davanti alla sala parto per uscirne circa un’ora dopo con un bambino che vagisce teneramente tra le braccia. Potrebbero volermene le femministe o si potrebbe invocare a spiegazione la differenza di cultura, ma davanti ad un evento ancestrale ed universale come il dare alla luce il proprio figlio sinceramente non saprei se definire stoiche queste donne o piuttosto pusillanimi alcune delle nostre che si dimostrano eccessivamente ansiose, pur circondate da una squadra di persone pronte con ogni mezzo farmacologico e tecnologico disponibile per alleviare le loro sofferenze. D’altronde bisogna dire che se la forza d’animo e la dignità di molte di queste pazienti sono da ammirare,  l’incoscienza di talune altre, conseguenza spesso dell’ignoranza e della povertà, è un elemento da combattere fermamente: ci si imbatte spesso in situazioni di emergenza che si potrebbero definire estreme in quanto a pericolo per la salute e talvolta per la vita stessa della madre e del nascituro. Queste sono purtroppo frequenti a Chaaria come in tutti paesi in via di sviluppo ed andrebbero piuttosto prevenute attraverso non solo un’efficace politica di sanità pubblica ma soprattutto sociale e culturale.

Gli orfani
Subito a lato della sala parto si accede alla cosiddetta sala della maternità. E’ una stanzina in cui sono disposti a ferro di cavallo cinque lettini per neonati, stretti uno accanto all’altro più tre incubatrici vecchiotte. E’ il luogo dove sono accuditi i neonati prematuri e i bambini orfani da pochi giorni di vita sino a qualche mese. Abbandonati dai genitori oppure per la morte della madre subito dopo il parto, i bambini di Chaaria sono tra le creature più innocenti e pure che io abbia mia avuto occasione di conoscere. E si comprende bene perché siano l’oggetto di un’attenzione speciale da parte dei giovani volontari, che spesso, dopo cena, passano nella stanzetta un po’ di tempo prima che si addormentino, non lesinando loro coccole con la scusa di cambiare i pannolini, di dare il biberon, di snodare per la notte le grandi zanzariere blu al di sopra dei lettini. Alcune loro storie sono poi particolarmente commoventi: la vita di Stefano, per esempio, è stata particolarmente difficile sin dal principio. E’ un bellissimo bambino dagli occhi profondi ma in cui si legge talvolta una profonda inquietudine. Suor Oliva, che si prende da anni cura dei bimbi, racconta che probabilmente pochi giorni dopo la nascita sarebbe stato abbandonato, forse da una ragazza madre, sul ciglio di una strada ai margini della foresta per diverse ore. Aveva già delle formiche che gli percorrevano il corpo quando è stato trovato e portato a Chaaria. Adesso è al sicuro insieme agli altri bambini, ma la vita che si prospetta dinanzi a lui non è ancora rosea. Ora deve cercare di crescere il più possibile e resistere ai pericoli sempre in agguato per chi è fragile come lui: la febbre malarica che miete moltissime vittime tra i neonati, le infezioni debilitanti, il rischio sempre presente di malnutrizione. In attesa di essere poi trasferito infine in un orfanotrofio governativo quando dovrà lasciare il posto ad altri bambini come lui.

I passaggi coperti ed i reparti generali
Continuando rapidamente attraverso un largo passaggio ad angolo retto e lasciandosi alle spalle la stanzina delle pazienti che hanno partorito da poco, il tavolo di lavoro delle infermiere e la piccola camera della sterilizzazione sulla destra, un'apertura conduce fuori allo spazio aperto dei quattro passaggi coperti dalle altrettante tettoie a raggiera che proteggono dal sole e dalla pioggia i pazienti e chi lavora in ospedale. I lunghi viottoli convergono verso quello che è simbolicamente e concretamente il centro dell’ospedale: la statua di San Giuseppe Benedetto Cottolengo. E’ piacevole soffermarsi ogni tanto su una delle panche in legno che fiancheggiano la statua.
Di giorno, si vedono costantemente file di donne sedere insieme sotto le tettoie oppure sui muretti di cemento che delimitano le aiuole di lussureggianti piante tropicali. Sono vestite solo di lunghe  tuniche di un cotone blu carico che rinforza ancora il nero splendido della loro pelle. Molte di loro hanno un pargolo sulle ginocchia, altre sono prossime al parto ed attendono in ospedale il giorno del travaglio. E’ bello uscire dal reparto e prendere un po’ d’aria fresca. La temperatura a Chaaria è di solito piacevolmente tiepida, come in un giorno di fine maggio. Ed il tepore diurno è spesso mitigato la sera dall’altitudine e dalla vegetazione rigogliosa tutta intorno. Le pazienti più gravi o impossibilitate a muoversi rimangono invece a letto anche durante la giornata, nella grande ed unica camerata con i letti vicini gli uni agli altri per poter fare posto al maggior numero di pazienti possibile. Ogni letto è sormontato da zanzariere blu elettrico, ordinatamente annodate durante il giorno e sciolte la sera. Forse proprio perché inserite in un contesto di profonda sofferenza e povertà, esse sembrano dare all’ambiente una nota armoniosa di eleganza delicata, come se fossero molteplici lampadari di cristallo leggero e finemente lavorato.
Gli uomini rimangono piuttosto sul terrazzino antistante lo stanzone gemello a loro dedicato, più in disparte rispetto al fulcro operativo dell'ospedale. Sembrano più dimessi, silenziosi, probabilmente per l'età media più elevata.  Tra i pazienti si affaccendano ragazze in tenuta amaranto, spesso uscendo dalla lavanderia vicina con alte pile di bucato tra le braccia. Gli infermieri e i clinical officer, distinti nel loro camice bianco, si occupano delle medicazioni tra i letti del reparto, visitano, annotano i parametri clinici sulla diaria sui piccoli fogli giallo ocra delle cartelle cliniche, compilano gli aggiornamenti di trattamento amministrato su quelli grandi ed azzurri della terapia farmacologica, che vengono poi impilati talvolta un po’ disordinatamente sul tavolino all’ingresso del reparto donne.
Durante la giornata si può scorgere talvolta Jesse con un fonendoscopio al collo esaminare le cartelle con occhi attenti e qualche ruga sulla fronte alta e nerissima, parlare con i malati per la preparazione dell’anestesia per gli interventi, trasmettere agli infermieri gli ordini sugli esami ancora da effettuare. Saranno poi Eric e gli altri ragazzi del laboratorio a passare periodicamente tra i pazienti per i campioni di urina, i prelievi di sangue, le misure della glicemia capillare, i test di compatibilità per le trasfusioni.
Ci sono giornate così frenetiche in ospedale per cui è impossibile a frate Beppe fare il giro di tutti i pazienti ricoverati, dovendosi dividere anche fra gli innumerevoli pazienti degli ambulatori che necessitano un suo consulto, i nuovi ricoveri, le incursioni nella piccola stanza semibuia per una colonscopia o una gastroscopia, gli interventi in elezione, quelli aggiunti all’ultimo momento e le frequentissime emergenze dalla maternità. A volte riesce a vedere i pazienti solo alle dieci di sera, quando fa il punto sui trattamenti insulinici dei molti pazienti diabetici scompensati e valuta i nuovi ricoveri. Spesso a quest’ora Beppe deve smaltire efficacemente anche la piccola ondata di pazienti in condizioni di salute molto precarie che arrivano a Chaaria la sera, spesso per non correre il rischio di intraprendere il cammino lungo lo sterrato verso l’ospedale a notte fonda, quando il pericolo di incidenti e brutti incontri è elevato. E malgrado tutto ciò, ha ancora la resistenza fisica per comunicare la propria passione per la medicina e la vita in entusiasmanti dialoghi con chi, come me, ha davvero tutto da imparare da lui.  

Il convento, i buoni figli, gli amici
Allontanandosi dalla statua del Cottolengo, si sale verso il caseggiato di residenza dei buoni figli. Cinquanta ragazzi africani con handicap mentale e fisico sono accolti permanentemente all’interno delle mura della missione. Spesso si tratta di handicap gravi ma qualcuno di loro è piuttosto attivo e secondo le proprie capacità si integra bene nelle attività quotidiane di Chaaria. Ricordo con particolare affetto e simpatia Mururu, la sua tenerezza nel tenere tra le braccia i bambini e nel salutarmi con un sorriso ed un abbraccio ad ogni incontro.
Passando lungo un viottolo stretto sulla destra dalle mura del caseggiato dei buoni figli e sulla sinistra da erbe fitte alte e verdissime, si piega bruscamente ad angolo retto per raggiungere presto il convento dei fratelli e delle sorelle cottolenghini. Costruito a ferro di cavallo, lo stabile a due piani racchiude un ampio piazzale in cui sono spesso parcheggiate le grandi auto fuoristrada della missione ed è sormontato da un piccolo campanile con orologio e da una campana che segna le ore con un motivo breve ed allegro. A piano terra si trovano gli ambienti in comune, a cominciare dalla cappella, in cui i fratelli e le sorelle si riuniscono a pregare la mattina presto e per i vespri. Accanto si susseguono la sala con il computer e l'accesso internet per i volontari, il refettorio, la cucina, la dispensa con il grande frigorifero, la lavanderia e i locali di carpenteria. Al secondo piano si trovano invece in posizione centrale le stanze dei fratelli e più in periferia quelle dedicate ad ospitare i volontari.
Prima di concludere vorrei concedermi il piacere di ricordare ancora le persone che ho imparato a conoscere durante le mie due settimane di permanenza. Sono soprattutto loro a cui devo il mio grazie, perché mi hanno accolto fraternamente e perché sono loro che lavorano ogni giorno per la missione e permettono  di portare avanti quella che è oggi la meravigliosa realtà del Chaaria Mission Hospital.
Il grande merito della gestione logistica, amministrativa e di manutenzione della missione va senza dubbio a Lorenzo, l’unico fratello cottolenghino italiano che, insieme a frate Beppe, è a Chaaria. Forza della natura, solido, pragmatico, stupisce sempre tutti i volontari per il suo dinamismo: a volte lo si sente scaldare il motore del fuoristrada della missione e partire prima dell’alba carico di impegni da assolvere a Meru, a Nairobi per poi tornare a volte solo a notte fonda carico di materiale utile per la missione e l’ospedale, nonché di volontari, di cui testa lo resistenza di stomaco alla guida nella giungla delle strade kenyote.
Un saluto speciale ai miei nuovi amici: Luca, Claudia, Annita e Pinuccia.
Abbiamo condiviso insieme tanto lavoro, tante emozioni e tante esperienze entusiasmanti. A loro, che hanno la fortuna di essere in questo momento ancora a Chaaria, vorrei dire grazie per l’amicizia che mi hanno dimostrato. Spero davvero di poterli incontrare di nuovo, nonostante gli impegni di ciascuno di noi possano portarci lontano. Ma confido nel fatto che le amicizie sincere resistono sempre al tempo ed alle distanze.

Dr. Armando Librino 




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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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