mercoledì 3 febbraio 2010

Githiora, the street boy. Ultima parte.

Dopo una notte agitatissima a causa degli incubi, mi sono svegliato di soprassalto per una gomitata degli altri bambini: “Dei vigilanti notturni. Vengono in questa direzione. Scappiamo!”.

Cosi’ abbiamo fatto e ci siamo dispersi. La cosa strana e’ che non so neppure il nome dei bambini con cui ho dormito.


Oggi poi ho tanto male alle narici perche’ la colla mi ha provocato delle ferite e mi ha rinsecchito le mucose.


“Devo ritornare ai bidoni dell’immondizia”. Ci metto quasi un’ora a trovare quello che cerco, ma alla fine eccolo: un contenitore vuoto di magarina. “Rimane sempre qualcosa!”... e cosi’ e’: raccolgo un po’ del prezioso farmaco con un dito, e me lo spalmo all’interno del naso. Almeno per un po’ il dolore passera’.


Ho fame e non ho soldi in tasca. Mama Wanjiko oggi non ha bisogno, ed allora mi dirigo alla stazione dei pulman, aspettando il prossimo arrivo da Nairobi. Siamo in tanti street boys ad attendere lo stesso veicolo.


Quando alla fine lo sentiamo arrivare, ci precipitiamo verso le portiere e ci offriamo a portare i pesanti bagagli dei passeggeri nelle destinazioni che loro ci indicano. Prendiamo in media 5 scellini a trasporto.


Subito dopo c’e’ la partenza del bus per Mombasa e ci offriamo per il medesimo servizio. Molti ci mandano via in malo modo perche’ siamo stracciati e puzzolenti, ma alcuni accettano i nostri servizi. Le suore sono in genere molto gentili. Alla fine, in cinque di noi abbiamo raccolto 30 scellini: oggi pasto di lusso, con patatine fritte.


La colla pero’ fa perdere la cognizione del tempo. A volte dormo di giorno e vagabondo di notte. Spesso non mangio perche’ mi basta sniffare. Qualche volta, con altri ragazzi faccio delle cose riprovevoli, come per esempio adocchiare un passante che si sta mangiando un grosso panino, attirare la sua attenzione da una parte chiedendo l’elemosina, mentre un altro in corsa gli porta via il cibo, che poi ci dividiamo tra di noi.


Lo abbiamo fatto anche oggi. Io ero incaricato del furto del pane. Sono stato bravissimo, ma mentre fuggivo mi sono trovato davanti un omone bianco che mi ha chiesto: “perche’ lo hai fatto? Non pensi che quella persona potrebbe avere un infarto dallo spavento?”


L’ho apostrofato con un insulto, ma l’uomo mi ha tenuto per il braccio: “Perche’ hai deciso di fare questa vita da animale selvatico?”


Non so se ho risposto o se semplicemente sono ripiombato nei miei incubi. Ho rivisto mio padre morto dopo pochissimi mesi, sicuramente ucciso da quella malattia che lui stesso aveva portato alla nostra amata madre. Ancora mi son visto davanti il suo funerale con tutta quella gente che mangia e a cui non interessa niente del morto.


Mi sono anche ricordato del fatto che i funerali sono diventati una meta fissa nella mia vita di street boy, perche’ li’ ti puoi mescolare alla folla e puoi mangiare quanto vuoi senza che nessuno ti chieda se sei un parente o meno.


Poi ricordo che, dopo la morte del babbo, siamo stati portati nella casa di una zia che veramente non ci ha mai voluti bene. Il cibo era solo per i suoi figli. Per noi c’erano gli avanzi. Venivamo percossi per un nonnulla. Io continuavo a non andare a scuola, ma anche i miei fratelli spessissimo dovevano saltare le lezioni per lavare le pentole o per cucinare.


Un giorno sono stato picchiato tanto dalla zia, perche’ non avevo munto la mucca. Ho cominciato a correre e correre, finche’ mi sono trovato cosi’ lontano da casa da non ricordare la via del ritorno. Mi sono seduto in un campo ed ho visto attorno a me molti ragazzi in abiti sudici. Mi hanno offerto una sigaretta. Io non avevo mai provato, ed ho tossito fino a vomitare. Poi mi hanno detto di seguirli. Io ero ancora arrabbiatissimo, e sono andato con loro senza pensarci due volte. Siamo arrivati in un cortile di una casa rurale. Era ormai buio. Si trattava di una festa per celebrare la circoncisione di un adolescente. In quel cortile c’erano solo uomini seduti sull’erba. Gli altri ragazzi mi hanno detto di fare come loro: si sono appostati in un angolo e, quando un adulto si alzava per andare ai servizi o magari per unirsi alle danze, essi piobavano sui bicchieri come dei falchi e scolavano la birra al miele ivi contenuta.


Ho fatto lo stesso. Dapprima quel gusto strano mi ha fatto vomitare nuovamente, ma poi mi e’ piaciuto e mi sono trovato addormentato in un prato. Il mattino seguente ho aperto gli occhi con la testa pesante. All’inizio non mi capacitavo del fatto di non essere a casa con i mei fratelli, ma poi pian piano mi sono ricordato della fuga, di mia zia, delle percosse. Per questo, quando uno di loro mi ha offerto di sniffare la colla, io non mi sono tirato indietro. Da allora la colla e’ stata la mia droga; e’ il modo con cui scordo la mia disperazione, ma anche il laccio che mi impedisce di cambiare e mi incatena a questa vita da cane.


Non so se queste cose le ho dette a quell’uomo bianco o se le ho solo pensate. Pero’, quando sono tornato in me, lui era ancora davanti a me.


“Vorresti cambiare vita? Io ti offro una casa ed anche la possibilita’ di tornare a scuola”.


Io non ho capito piu’ nulla e sono scappato. Lui mi ha gridato da lontano: “se vuoi, vieni a trovarmi e ne parliamo”.


Gli altri ragazzi, che da lontano mi avevano visto parlare con lui, mi hanno ammonito di non cadere nella trappola, perche’ i bianchi ti obbligano a delle regole, ti fanno studiare e non ti lasciano girovagare


E’ nuovamente notte; ho di nuovo fame e mi ritrovo a gironzolare per la citta’ senza una meta e con la sola forza datami dalla colla. Il gruppo si e’ nuovamente disgregato e mi ritrovo malinconico e solo.


“Ma che razza di vita e’ questa. Mangiare dai bidoni dei rifiuti, rubare il pane alle vecchiette che camminano per strada, addentare le bucce dei mango pieni di saliva altrui e di formiche, dormire per strada ed annegare i dispiaceri in un profondo respiro che sa di colla, aspettare la prossima festa o il prossimo funerale per scroccare cibo o birra. Davvero alla mia eta’ non posso pensare a qualcosa di meglio?”


Di colpo, ho ricordato la mia mamma, e mi sono ricordato di una preghiera che lei mi faceva recitare mattino e sera. Ho ripensato a Dio dopo tantissimo tempo, ed ho provato ad inginocchiami sul ciglio dello stradone, incurante dei fari delle auto: Padre nostro...”


Sento la mia mamma vicina. Vado a dormire sotto i portici del post office ed ancora chiedo aiuto alla colla per trovare un po’ di pace sul freddo del cemento. “Domani vado a cercare l’uomo bianco, e gli chiedo se davvero mi vuole aiutare”.



Fr Beppe


P.S.: Githiora e’ un nome d’arte.

Nessun commento:


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


Guarda il video....