martedì 2 febbraio 2010

Githiora, the street boy. Parte seconda

La luce dell’alba mi ha salvato da questo tormentoso dormiveglia nella cabina telefonica. “Devo assolutamente trovare della colla”.


In un attimo decido cosa fare. Mi reco al mercato dove conosco alcune donne che hanno la’ una bancarella. “Ehi, mama Wanjiko, posso spingere per te il carretto? Ti aiuto io a portare i frutti sulla bancarella”.


“Ok, filibustiere... ma niente scherzi!”


Faccio il bravo e lavoro per lei circa due ore spingendo avanti e indietro la carriola per la ripida salita che collega il mercato a casa sua. Spero solo di non vedere Kithinji, per non ricominciare a litigare come durante la notte. Alla fine la donna mi offre 20 scellini: “Non mi aspettavo tanto!”. Con questo bottino ora corro tra i bidoni dell’immondizia: se per caso trovo un cartone di latte vuoto, lo prendo e me lo strizzo tra le labbra... un po’ li latte rimane sempre. Lo stesso faccio con la buccia dei mango o delle papaye: le addento e le succhio... c’e’ sempre qualcosa da recuperare anche li’. A volte, se sei fortunato, trovi anche dei pezzi di pane che qualche ricco ha buttato perche’ magari gli era caduto. Non sono solo, perche’ questo posto e’ molto popolare tra gli street boys. Tutti ci nutriamo di rifiuti. Ma alla fine trovo quello che sto cercando: una bottiglia vuota di plastica che forse conteneva un antibiotico per bambini.


Ho ancora fame, ma so che la colla mi aiutera’. Corro al fiume e lavo la bottiglietta con acqua corrente, poi mi reco da un mendicante grande e grosso che conosco bene: “mettine poca di colla... ne voglio per 10 scellini”. L’uomo riempie il fondo della mia bottiglietta ed io inalo profondamente per due volte. Mi sento subito il cervello leggero. Non ho piu’ fame ed i terribili ricordi del passato svaniscono come per una magia. Le gambe vanno da sole, e mi pare di camminare sulle nuvole. Mi metto a girare per la citta’: se vedo un’auto di qualche missionario mi precipito e mi appiccico al finestrino, dicendo di essere affamato: di solito funziona! Molti ti danno almeno 20 scellini dal finestrino. Alcuni, forse gia’ preparati, ci donano un sacchetto con un pancarre’ ed un cartone di latte.


A volte con i soldi che raccolgo elemosinando, riesco addirittura a comprarmi delle patatine fritte. Ci sono comunque degli automobilisti molto scorbutici: si vede lontano un chilometro che provano ribrezzo per me. Per loro ho sempre una borsa di nylon che contiene escrementi di mucca: se non mi danno niente e mi dicono parole scortesi, io lancio un po’ di queste feci attraverso il finestrino aperto dell’auto, e poi me la do a gambe.


Normalmente comunque non mi muovo da solo; giriamo in gruppo. Credo di avere 14 anni al momento. Con noi a volte gironzolano anche degli adulti: non mi piace stare con loro. Sono violenti. Ci rubano le monete che raccattiamo con la questua, e spesso ci obbligano a rubacchiare per poi prendersi loro gran parte del bottino. Normalmente vado in giro con i piu’ piccoli, ma non siamo dei veri amici. I gruppi si modificano continuamente. Molti cambiano posto sovente. Altri sono finti street boys che sono mandati per strada a mendicare da dei genitori avidi; ma alla sera loro un letto ce l’hanno e tornano dalle loro madri.


Mi piace quando andiamo al fiume a fare il bagno: ci divertiamo, ci spruzziamo acqua e ci ricordiamo di essere bambini. E’ anche molto bello quando dei predicatori protestanti organizzano delle celbrazioni per strada. A noi non interessa quello che dicono, ma quando mettono quella musica assordante, ci mettiamo a ballare in disparte. Qualche volta saltiamo sul paraurto posteriore di pulmini e fuoristrada in corsa, e ci facciamo scarrozzare per un pezzo.


Ma il momento piu’ duro e’ quando cala la notte: non sapere mai dove andare a dormire e’ terribile per un bambino. I pochi nascondigli sicuri sono occupati dai piu’ grandi, e noi spesso ci ritroviamo all’aperto in un campo con la paura di essere picchiati da chiunque, o di essere attaccati da qualche animale selvatico. Poi di notte fa freddo, e, quando e’ la stagione delle piogge, e’ un vero inferno.


Questa sera ho trovato un posticino in un’aiuola spartitraffico. Siamo in tre, e, se ci stringiamo, non dovrebbe fare troppo freddo.

Ma la notte e’ anche portatrice di incubi. Sniffo profondamente la mia colla e mi sento leggero, ma le figure del mio passato non vogliono andarsene: sono come fantasmi che galleggiano dentro i miei occhi chiusi. Rivedo la mia mamma ridotta ad uno scheletro. Mi ricordo il giorno in cui sono tornato da scuola ed ho visto la casa piena di gente. Ho intuito, pur nella mia giovane eta’. Mi sono fatto largo e l’ho vista in casa: il volto era affilato come uno scheletro e lei non rispondeva. L’ho scossa piu’ volte; l’ho chiamata a lungo, finche’ una mia zia mi ha trascinato nella cucina che si trova in cortile. “Tua mamma e’ morta. Sii forte; sei il primogenito! Il babbo sta tornando dal lavoro”. Io mi sentivo perso: “cosa faccio adesso senza la mamma?”


Mio padre torno’, magro come un chiodo. Non mi sembrava ubriaco, ma sembrava malato.


I giorni del funerale nella mia memoria sono ancora oggi una tortura: zie che non avevo mai visto che cucinavano continuamente. Gente che parlava sottovoce e che continuava a mangiare. Mio padre che parlava con tutti, tranne che con noi suoi figli. A volte rideva forte e non sembrava neppure che il cadavere di sua moglie fosse nella camera accanto.


Ricordo la terribile liturgia funebre nel nostro cortile. Il momento piu’ drammatico e’ stato quando ho veduto la povera cassa calata nella fossa da uomini vociferanti. Non volevo vedere e sono scappato, ma una mano ferma mi ha afferrato per una spalla. Era mio zio Mwenda: “sei il primogenito e devi mettere una manciata di terra sulla bara di tua madre”.


L’indomani, quando tutto e’ finito, mio padre mi ha chiamato e mi ha detto di dimenticarmi la scuola: lui sarebbe tornato a lavorare, ed io avrei dovuto occuparmi della casa, del campo e degli animali. Avrei anche dovuto cucinare per i miei fratelli piu’ piccoli che invece potevano continuare gli studi elementari.


E’ stata una vita durissima, ma ho cercato di fare del mio meglio. La cosa che mi faceva piu’ male sentire erano le insinuazioni della gente del villaggio. A scuola avevo imparato dagli insegnanti che l’AIDS e’ una malattia che non perdona, e che puo’ entrare nelle case solo se uno dei genitori non e’ fedele. Ebbene, sembrava proprio che la mamma fosse morta di quella malattia... e, siccome la mamma era cosi’ buona, ero certo che era stato il babbo a portare la maledizione in casa.


Dopo una notte agitatissima a causa degli incubi, mi sono svegliato di soprassalto per una gomitata degli altri bambini: “Dei vigilanti notturni. Vengono in questa direzione. Scappiamo!”.


(La storia continua anche domani)



Fr Beppe Gaido

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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