lunedì 1 febbraio 2010

Githiora, the street boy

Mi giro e rigiro nel sonno. Ho freddo e continuo a sognare che io stia chiedendo alla mamma di darmi un’altra coperta, perche’ non riesco a scaldarmi nel letto. Poi un calcione nei fianchi mi riporta alla dura realta’: pian piano mi sveglio e faccio nuovamente i conti con quello che sono diventato. Mi guardo intorno e vedo al mio fianco almeno dieci altri ragazzi di strada come me. Dormiamo ammassati uno sopra l’altro per difenderci dal rigore notturno, ma non e’ assolutamente facile senza una coperta e con i nostri vestiti stracciati.
Il senso di disperazione comincia a riprendere possesso della mia anima, e non voglio ripiombare nella depressione. Frugo nelle tasche cercando il mio facile antidoto, ma con disappunto mi rendo conto che il barattolo della colla e’ vuoto. “Se non sniffo ora, tutti gli incubi del passato mi assaliranno nuovamente”. Allora tento di fare quello che ho sempre odiato nella vita in cui sono piombato. Guardo con attenzione agli altri ragazzi e mi rendo conto che nessuno si e’ svegliato. Anche Kithinji, che mi ha scalciato nel sonno, dorme saporitamente: allora allungo la mano e la infilo dolcemente nella sua tasca alla ricerca del prezioso vinavyl. Ma nessuno degli street boys dorme veramente; c’e’ troppa paura nelle loro vene! Sento che mi agguanta il braccio e si mette a urlare verso di me: “sporco ladro... come hai osato tentare di farmi questo!”
Ne nasce una colluttazione ed un vociare tale degli altri bambini che fanno il tifo per me o per Kithinji, che in un attimo vediamo i watchmen del matatu stage dove ci eravamo rifiugiati per la notte. Ci vengono incontro con dei manganelli. Dimentichiamo quindi le nostre animosita’ e ci diamo alle gambe disperdendoci. Il mio barattolo vuoto cade dalle mie tasche bucate. Non so dove sia andato Kithinji. Io arrivo sotto i portici del post office e trovo un piccolo spazio in una vecchia cabina telefonica. Mi accovaccio arrotolando il mio corpo, ma la nuda terra e’ fredda ed io sono completamente sveglio a causa dell’adrenalina scaricata durante la fuga. Non ho neanche potuto sniffare, e quindi i fantasmi del passato mi assalgono violentemente.
Mi rivedo felice con i miei fratelli quando ero molto piccolo. Il papa’ lavorava a lontano, in una serra per fiori che poi venivano esportati in Europa. La mamma era la regina della casa: si prendeva cura di noi tre; ci raccontava tante belle storie; ci portava a scuola al mattino. Noi la aiutavamo volentieri quando c’era tanto lavoro nei campi. Il papa’ lo vedevamo poco e con noi non aveva un buon rapporto. Era sempre molto duro ed a volte violento. La mamma pero’ ci diceva lui che voleva formarci e che la sua rudezza era orientata a darci un carattere capace di resistere ai problemi della vita.
Ricordo quando eravamo tutti nel campo insieme alla mamma ad eradicare le erbacce tra le nuove piantine di granoturco. Di tanto in tanto, sotto il solleone, nostra madre si ergeva in piedi e ci dava solide raccomandazioni sul futuro: “studiate al massimo e cercate di crearvi un avvenire piu’ dignioso di quello dei vostri genitori”.
La nostra casa era modesta: costruita con assi di legno ed il tetto in lamiera ondulata ormai arrugginita. Non avevamo un pavimento di cemento, ma nostra madre lisciava cosi’ tanto la terra battuta che sembrava quasi avessimo la cera.
Poi nostro padre ha cominciato a diradare le visite. Veniva ogni due o tre mesi, e normalmente era molto burbero anche con la mamma. Appena sentivamo la sua voce in cortile, noi bambini cercavamo di nasconderci, perche’ sapevamo che in pochi minuti sarebbe iniziato l’ennesimo battibecco.
Con la violenza di un pugno nello stomaco, mentre mi rigiro sulla nuda terra della cabina telefonica, ripenso a quella sera in cui il babbo ha aperto l’uscio e si e’ messo subito a sbraitare: “donna, dov’e’ il mio piatto di granoturco e fagioli?”
La mamma ha timidamente risposto che nemmeno sapeva che sarebbe tornato quel giorno, ma che avrebbe provveduto. Papa’ ci e’ passato vicino con faccia scura, e si e’ rivolto a me che sono il primogenito: “che cosa c’e’ da guardare in quel modo? Non hai mai visto un uomo che torna a casa ed ha bisogno di essere servito dalla moglie?”
Io non ho risposto, cosi’ come i miei fratelli, ma una folata di strano odore dolciastro mi ha invaso le narici, mentre lui mi urlava dietro. In quel momento, anche se avevo solo 11 anni, avevo capito la ragione dei continui alterchi, ed anche la causa delle visite a casa sempre piu’ diradate: mio padre era un alcolizzato.
La mamma e’ tornata in tempi brevissimi, ma, dopo la prima cucchiaiata di kitheri, suo marito si e’ alzato in piedi gridando che il cibo era freddo. Nostra madre ha tentato una difesa, ma il babbo si e’ alzato in piedi e si e’ recato verso di lei che indietreggiava. Le gambe gli tremavano a causa dell’alcool, e, quando ha tentato di colpire nostra madre con un pugno al volto, e’ stramazzato a terra a faccia in giu’, ed e’ piombato in uno stato di sonno o semi-incoscienza.
Lo abbiamo raccolto e portato a letto insieme a nostra madre. Lei piangeva e ci ha detto di andare a dormire subito. Noi ragazzi dormivamo tutti assieme e solo una tramezza di compensato ci divideva della camera dei genitori. Mio padre ha sempre russato senza rivolgere una sola parola a sua moglie. Al mattino, quando mia mamma ci ha svegliati per andare a scuola, il papa’ non c’era piu’. Lei come sempre lo ha difeso, e ci ha detto che era tornato a lavorare in modo che noi potessimo avere qualcosa da mettere in tavola.
La nostra vita e’ continuata cosi’ ancora per un anno. Mio padre veniva a casa sempre piu’ raramente. Normalmente era ubriaco e violento. Quello che notavamo era che la mamma era pero’ sempre meno sorridente, sempre piu’ magra e debole.
La luce dell’alba mi ha salvato da questo tormentoso dormiveglia nella cabina telefonica. “Devo assolutamente trovare della colla”...
(la storia continua domani)

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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