domenica 31 gennaio 2010

Ancora vicende arcaiche che ci toccano da vicino

Cari amici del blog,
se la mia riflessione di una settimana fa circa il Re David vi ha annoiato a morte, allora siete autorizzati a non continuare a leggere. Anzi, vi consiglio vivamente di non farlo, perche’ sto per riprendere il discorso interrotto quel giorno.
Se invece quella piccola meditazione vi ha toccato anche solo un pochino, potete magari andare direttamente a consultare il testo a cui mi riferisco. E’ ancora del Vecchio Testamento. La citazione e’: 2 libro di Samuele, cap 11 e 12.
Davide si era dimostrato una grande anima nella vicenda che precedentemente abbiamo analizzato, ma oggi vediamo la sua parte meschina. Dal tetto del suo palazzo scorge una bella donna che fa il bagno, e, tracotante nella sua superbia regale, non si preoccupa nemmeno del fatto che gli venga riferito che e’ sposata ad uno dei suoi soldati. La manda a chiamare e la spinge ad avere una relazione sessuale con lui. Betsabea pero’ rimane incinta e lo manda a dire al Re. Si sa comunque che le voci girano sempre, e la cosa non deve essere rimasta del tutto segreta.
Il marito Uria probabilmente ha dei sospetti, in quanto, tornato a Gerusalemme per una breve licenza e convocato stranamente dal Re in persona il quale lo invita a bere abbondantemente, poi non va a casa a dormire con la moglie, ma si riposa al cancello del palazzo insieme alle guardie, per due notti di seguito.
Questa cosa non piace al Re, quando ne viene informato. Forse il Sovrano avrebbe preferito che il povero Uria andasse dalla consorte, in modo che poi non sorgessero dubbi il giorno in cui la donna lo avrebbe reso edotto della gravidanza. Ma il soldato non va a casa. Allora la prepotenza assassina del Sovrano prende possesso della sua mente. Il Re ordina al suo generale Joab di mettere Uria nella parte piu’ pericolosa dello schieramento, e di pianificare una ritirata a sorpresa quando i nemici avrebbero dato l’assalto, in modo che il militare rimanga solo ed indifeso... e alla fine muoia. Gli ordini di Davide vengono eseguiti alla lettera: Uria muore ed il Sovrano si prende sua moglie (ai tempi vigeva la poligamia, e Davide ne aveva gia’ parecchie di consorti... ma non ci sono limiti all’ingordigia).
Anche questo pezzo della Bibbia mi piace molto, perche’, pur con la psicologia propria di 3000 anni fa, sa descrivere dinamiche profondamente vere del cuore umano.
Vogliamo sempre di piu’. Siamo incontentabili. La cosa strana e’ che, piu’ siamo ricchi e piu’ diventiamo insaziabili, e siamo disposti a tutto pur di accumulare ancora ed ancora.
David ha gia’ un harem, ma vuole Betsabea. Anche noi abbiamo quasi tutto (basta pensare a chi vive in una capanna senza energia elettrica e non ha da mangiare), ma normalmente ci lamentiamo e cerchiamo quelle poche cose che ci mancano. Guardiamo sempre a chi sta meglio, invece di voltarci indietro e considerare chi sta peggio.
Pure noi sappiamo essere profondamente ingiusti, come lo e’ stato il Re di Gerusalemme.
E’ la strana tentazione del frutto proibito: se avro’ quella particolare cosa, saro’ felice. Se otterro’ quella carica importante, saro’ appagato. Siamo disposti a dare la scalata ai traguardi a cui aspiriamo, anche mettendo sotto i piedi i nostri amici. Ma questa vita di arrivismo e di gomitate, l’ingordigia di avere tutto, di provare il sapore di ogni cosa alla fine lascia la bocca amara. A pensarci bene, anche questa corsa ad avere di piu’ e’ radicata nella gelosia: se ce l’ha lui, perche’ io no? Inconsciamente vogliamo essere sempre al top, tanto nella carriera, quanto negli affetti, nel possesso o nella considerazione altrui.
Tornando al testo biblico, tutto sembra andato secondo copione per il potente di turno, che ha vinto; ed anzi  ha umiliato ed eliminato il debole. Ma un giorno Dio manda a Davide il profeta Natan, che sembra raccontargli una storiella innocente, per stimolare il suo senso della giustizia.
“C’era una volta un uomo molto ricco che aveva un sacco di bestiame e vestiti di tessuto raro. Vicino alla sua proprieta’ viveva un povero che aveva un solo agnello; lo curava, lo nutriva e ne era molto affezionato.
Un giorno un amico molto importante venne a far visita al ricco signore; ma questi, invece di macellare uno dei suoi animali per il pranzo, ordino’ che venisse ammazzato ed arrostito l’unico agnello del poveraccio”.
Questa storia naturalmente provoca l’ira del supremo giudice di Israele, il quale si mostra indignato e vuole che quel facoltoso e malvagio cittadino venga portato davanti alla giustizia, e paghi quattro volte tanto per il suo crimine e la sua insensibilita’.
Ma, con sorpresa, Davide si sente dire da Natan: “quell’uomo sei tu!”.
Anche qui la Bibbia ci da’ una bella lezione: siamo sempre capaci di indignarci per quello che fanno gli altri, ma non ci rendiamo quasi mai conto che noi ci comportiamo peggio di loro. E’ sempre la stessa storia che Gesu’ ci presenta con l’esempio della trave nel nostro occhio: siamo disponibili in ogni momento a corregere i minimi difetti altri, ma le nostre travi non le vediamo, ed anzi ci sentiamo perfetti.
Fare gli indignati per gli sbagli altrui e’ estremamente facile. Ricordo un vecchio proverbio che recita piu’ o meno cosi’: gli esseri umani sono stati creati con due bisacce; una la portano appesa davanti, e l’altra invece pende dietro la loro schiena. Nel sacco anteriore ci sono tutti i propri meriti, mentre in quello posteriore ci sono i propri difetti. Per l’essere umano e’ quindi normale considerare solo ai propri pregi... ma, se incontra un suo simile che gli cammina di fronte, allora la sua bisaccia posteriore gli si rivelera’ automaticamente, e lui potra’ rinfacciare all’altra persona  tutti i suoi difetti. Non facciamo cosi’ anche noi tante volte?
Ma poi Davide ha il coraggio di ammettere il suo crimine e di chiedere perdono. Noi, questo coraggio ce lo abbiamo?

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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