giovedì 18 febbraio 2010

Lettera di una volontaria

Caro Fr Beppe,
ho apprezzato fin da subito la tua bravura e destrezza personale nel fare ciò che fai in ospedale. Al contrario, inizialmente ho fatto un po’ fatica a comprendere questo tuo “distacco” con i volontari. Poi, con il passare dei giorni ed il sommarsi dei momenti di riflessione, di frasi sentire, ho capito…
Ho capito che quel Beppe solare, amorevole, disponibile, esiste veramente, ma la vita lo ha un po’ velato…
La frase che più mi ha fatto riflettere, dei pochi momenti di incontro che abbiamo avuto, è stata: “Devi capire che a volte io non so neanche quanti anni abbiano i volontari che arriveranno, e neppure che faccia abbiano…”
Lì mi sono messa nei tuoi panni ed ho capito quanto possa essere difficile accogliere persone nuove che ogni due o tre settimane arrivano qui… e ogni volta senza conoscere quali siano le loro reali motivazioni, la loro voglia di vivere a Chaaria, il loro obiettivo, sperando sempre che arrivi quel volontario spinto dallo stesso entusiasmo e da quella stessa motivazione che ha spinto te!
Ma in realtà a volte le cose non stanno così: alcuni vengono alla ricerca di se stessi; altri solo per aggiungere una esperienza al loro curriculum vitae; altri per sentirsi “salvatori del mondo”, ed altri ancora per una sorta di “vacanza” al fine di staccare dalla monotonia quotidiana.
Infine ci sono quelli che vengono davvero per aiutare, come possono, questa fetta del Terzo Mondo che si trova un po’ nelle condizioni nelle quali erano i nostri nonni da piccoli…
Io non so ancora bene ciò che mi ha spinta a venire qui, ma credo di essere stata spinta un po’, o in gran parte, da egoismo. Egoismo perché ho sempre pensato, ed ora ne ho la conferma, che questa realtà mi avrebbe immensamente arricchito e giovato sotto tutti i punti di vista, ma in particolare sull’aspetto interiore.
Stare qui mi sta permettendo di vedere con occhi diversi e di provare nuove emozioni. Ti confesso che una delle cose meravigliose che sto sperimentando qui è svegliarsi al mattino senza la pesantezza di dover affrontare un’altra giornata lavorativa o di impegni. Qui sto sentendo veramente di svegliarmi per affrontare un giorno di vita in più, un giorno nuovo… e mi sento molto fortunata per avere questa possibilità.
Immagino che per te sia molto più difficile, perché sei costretto ad affrontare  nuovi problemi e difficoltà ogni giorno… ed in questo momento sei circondato da molte persone, ma ti vedo un po’ solo.
Ma la cosa che ti fa onore è che ciò che ti ripaga tanto da poter continuare questa vita di duro lavoro e sacrifici, non sono i complimenti degli altri, ma solo il vedere che ciò che fai veramente può cambiare, migliorare la condizione di queste persone.
[…] Non nego che io stessa a volte avrei avuto la tentazione di imporre il mio modo di fare e di lavorare ad alcune delle persone locali con cui ho collaborato in questi giorni. Ma poi ho capito che, per quanto mi possa sembrare più giusto operare nel mio modo rispetto al loro, devo avere la capacità e l’umiltà di mettermi anche nei loro panni: infermieri, medici, operatori che lavorano, ma soprattutto vivono qui, che ogni giorno si ritrovano a dover accettare la “invasione” di persone sempre nuove e sempre diverse, come modo di fare.
Da qui nasce la mia decisione  di essere qui per portare un po’ di buono che c’è in me, senza la pretesa che venga accettato e condiviso, e senza per questo decidere di eguagliarmi a loro o adottare i loro sistemi.
E’ stato difficile per esempio vedere che il pomeriggio, quando stanno seguendo la terapia farmacologica, se ci sono pazienti a cui fare l’igiene o da cambiare, o altri che hanno bisogno di una assistenza immediata, per gli infermieri locali è praticamente impensabile sospendere la somministrazione dei farmaci per ripulire qualcuno sporco di pipì, o per ascoltare una donna in preda al dolore per una ascite… Ecco, io non posso imporre loro di sospendere una terapia e di seguirmi in questo. E per rispetto alle mie convinzioni, non posso neanche comportarmi come loro; ma posso agire in prima persona. Posso fare io questa cosa che penso sia importante… e sarà l’ASANTE di quel malato a farmi capire che ho fatto la cosa giusta, e chissà, magari, il giorno dopo sarò aiutata anche da uno di loro.

Stella Marina

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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