martedì 16 febbraio 2010

Pericoli in chirurgia

… E’ il titolo di un libro che mi aveva regalato Enrico, e che spesso riguardo prima di avventurarmi in un intervento difficile.
Aver paura e’ sempre molto utile per un chirurgo tropicale. La chirurgia e’ un mistero. Normalmente in sala sai quando ci entri, ma non puoi mai renderti conto di quando e come ne verrai fuori. Ieri Jesse era malato ed io ero l’unico anestesista sul mercato.
In prima serata e’ arrivata una donna con complicazioni durante un travaglio tentato a casa. Mi sento relativamente tranquillo, perche’ ormai per noi il cesareo e’ un’operazione di routine… ed inoltre al momento abbiamo la presenza di chirurghi.
Faccio la spinale, che mi viene al primo colpo… e cio’ mi pare di buon auspicio.
Il chirurgo arriva quando la malata e’ gia’ anestetizzata. E’ pallido e suda nonostante il condizionatore d’aria: “ho disturbi di stomaco e diarrea, ma penso di riuscire a operare. E’ poi solo un cesareo… dopo, per eventuali chiamate notturne, per favore risparmiami. Domani saro’ in forma se riesco ad avere una notte di riposo”.
Ma le cose non partono per il verso giusto. La donna ha già subito un taglio cesareo anni prima, ed il chirurgo incontra molte aderenze. Quando cerca di liberare i vari piani anatomici, tutto sanguina ferocemente.
Procedendo con il lavoro, purtroppo le cose si complicano ulteriormente: anche l’utero ha infatti preso aderenza con i muscoli addominali, ed e’ un lavoraccio trovare una breccia da cui fare uscire il bambino. E’ tutto così rigido, che pare marmo!
Il chirurgo suda sempre piu’ profusamente, ed un assistente di sala deve continuamente ripulirgli la fronte, per evitare che egli innaffi la ferita operatoria. Il colorito del suo volto diventa sempre piu’ verdognolo, tanto che si fa fatica a distinguere dove finisce la maschera che ha davanti a bocca e naso.
“Ce la fai ad andare avanti?”
“Penso di sì…devo farcela”.
Ma anche l’estrazione del bimbo e’ drammatica. E’ in presentazione podalica; non è molto grosso, ma, dopo aver estratto gran parte del suo corpicino, la testa non vuol saperne di uscire… e’ inchiodata dalle aderenze che non permettono ai muscoli retti di dilatarsi.
Io continuo ad assistere la donna, che, fortunatamente non ha problemi dal punto di vista anestesiologico. Il chirurgo si affanna e tira, finche’, esausto, estrae una femminuccia che pare non aver sofferto durante quegli attimi terribili in cui e’ rimasta come impiccata al corpo della madre.
Ma, come tutti sanno, non c’è limite al peggio … l’utero sanguina ovunque e non c’e’ verso di fermare l’emorragia. Ogni punto dato sembra aprire un nuovo zampillo.
Tutto è poi avvenuto in un attimo… Sto provando la pressione della malata, quando, nonostante l’attutimento dei rumori causato dal fonendoscopio nelle mie orecchie, avverto un tonfo violento sul pavimento. Mi giro di scatto e scorgo il chirurgo a terra semisvenuto.
Silvia che mi aiutava con l’anestesia, e’ già accorsa e gli solleva le gambe. Lui si riprende in fretta, ma chiede di uscire e di andare a sdraiarsi su una barella.
C’e’ un momento di confusione. La donna per fortuna pare non essersi resa conto di nulla. E’ tranquilla e parzialmente assopita.
Chiedo a Silvia di prendersi cura dell’anestesia, mentre mi precipito al lavandino e mi lavo, sottoponendomi alle lunghe abluzioni dei chirurghi, che oggi però riduco ai minimi termini.
Continuare un’operazione iniziata da un altro non e’ mai semplice. In più c’e’ la tensione per l’incidente e per il fatto che l’utero continua a sanguinare.
Chi mi aiuta e’ anch’essa una volontaria e ci conosciamo pochissimo dal punto di vista chirurgico.
Quando si e’ agitati poi le cose vanno anche peggio. L’assistente mette regolarmente le mani dove io vorrei infilare l’ago. Non c’e’ tra noi quell’afflato che normalmente si crea con chi strumenta per me regolarmente, per cui in varie occasioni rischio di infilzarla e di regalarle qualche virus.
La volontaria accenna una domanda che non mi aspettavo, e che va ad incrementare la mia ansia… se mai ce ne fosse stato bisogno: “e se non riuscissi proprio a fermare questo sanguinamento?”
“Meglio non pensarci! Cerchiamo piuttosto di finire questo cesareo perche’ fra un po’ termina anche l’effetto della spinale, e Silvia non puo’ indurre una generale da sola”.
Comunque le cose si appianano poco alla volta. Pur con qualche singhiozzo, e con vari tira-molla sul dove e come dare questo o quel punto, arriviamo alla fine di questo brutto cesareo.
Tra me penso, per una frazione di secondo, che sarebbe un vero disastro se dovesse succedermi di svenire quando sono solo ad operare con Makena e Kathure, di notte. Ma il Signore c’e’, e lo sa che non puo’ permettere che questo accada.
L’esperienza ci ha comunque segnati, anche se tutto e’ finito bene. Prima di tutto ci e’ stato ricordato dagli eventi che non esiste mai un intervento troppo facile, perche’ tutto in sala puo’ complicare.
E poi abbiamo toccato con mano anche la presenza dell’ineluttabile. Chi avrebbe pensato che il chirurgo non sarebbe riuscito a finire l’operazione?
Il pensiero finale, su una situazione di frontiera e di continua emergenza come quella di Chaaria, e’ che sempre dobbiamo dare il meglio di noi stessi; ma, alla fin della fiera, ancora abbiamo bisogno della ininterrotta protezione della potente mano di Dio.

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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