lunedì 8 febbraio 2010

Sembra quasi uno scoiattolo

… ma e’ un bambino. E’ nato a casa due settimane fa. Ora la madre ce lo porta perche’ non riesce ad allattarsi al seno.
Pesa sicuramente meno di due chilogrammi.
Gli tocco la fronte ed e’ gelata. Metto un termometro sotto l’ascella, e la temperature e’ di 31°C: si tratta di un caso di ipotermia. Magari il bambino non era a termine, e la sua termoregolazione non e’ ancora efficiente.
Le labbra e le unghie sono bluastre, ed il saturimetro ci dice che l’ossigeno nel suo sangue e’ bassissimo: 70% di saturazione.
La prima cosa che pensiamo di fare e’ di riscaldarlo in incubatrice, ma prima ancora che ci arriviamo, il bimbetto comincia a “gaspare” (ha cioè un respiro premortale). Procediamo quindi alla rianimazione con ansia, ma fortunatamente la respirazione si regolarizza pian piano.
La glicemia e’ molto bassa, forse a causa del fatto che il neonato non ha la forza di succhiare al seno. Facciamo del glucosio in vena.
A questo punto diamo uno sguardo al cordone ombelicale, che non e’ guarito bene, e che sembra molto settico.
“Che cosa ci hai messo sopra? Sembra tutto sporco attorno al cordone!”
“Sterco di mucca. Al villaggio dicono che fa seccare il cordone dei neonati.”
Ci guardiamo esterrefatti per queste pratiche che ancora serpeggiano tra la popolazione più povera. Questo bambino ha sicuramente una setticemia, e chissà se ce la farà a riprendersi. C’e’anche il rischio che si possa instaurare un tetano neonatale.
Lo mettiamo sotto copertura antibiotica, e lo poniamo in incubatrice. Ha un sondino nasogastrico attraverso cui gli diamo il latte che la mamma si spreme dal seno. Gli diamo anche dell’ossigeno per correggere la cianosi. Infondiamo del glucosio in modo regolare controllando la glicemia. Gli diamo dell’adrenalina a intervalli di 3-4 ore, per mantenere una frequenza cardiaca e respiratoria adeguata, e poi, come sempre, speriamo in bene.
Makena mi chiede ad un certo punto: “e’ un maschio od una femmina?”
“ci credi se ti dico che non lo so? Ero cosi’ concentrato su tutto il marasma che stava capitando, che non ho neppure guardato di che sesso è”.

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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