La mattinata chirurgica e’ stata molto dura, e mi sento molto affamato. Uscito dalla sala, pieno di caldo e di sudore, vengo pero’ investito da una coda di pazienti “inferociti” che si lamentano perché a loro era stato detto di aspettare con la vescica piena per l’ecografia dell’addome. Molti di loro vengono da Isiolo o da Marsabit, che sono veramente molto lontane, e sono preoccupati di non riuscire a trovare i mezzi pubblici per tornare a casa.
Si impone quindi un nuovo sacrificio: subito dopo pranzo, dimenticandomi la piccola siesta, si comincia l’avventura dell’ambulatorio, cercando di dare il massimo di attenzione ai problemi di ognuno.
Sono spesso problemi complicati, che richiedono tanta attenzione e pazienza. E’ duro soprattutto con le donne che non riescono ad avere bambini. Spesso non è possibile aiutarle, perché i loro problemi sono cronici e praticamente insolubili.
Ma come fare a dirglielo? Qui l’adozione non è accettata, e meno ancora lo è tra le popolazioni del Nord. Il marito normalmente si considera immune da problemi dell’area sessuale, per cui è sempre la donna ad essere ritenuta responsabile di ogni tipo di infertilità.
Se la donna non riesce ad avere bambini, i casi sono due: o diventa una seconda moglie, e deve accettare che il marito abbia un’altra partner da cui avrà figli e che quindi riceverà più attenzioni; o spesso viene mandata via (sembra di essere nel Vecchio Testamento!). Tenendo poi presente le tradizioni locali per cui solo i maschi possono ereditare e la donna deve ricevere il sostentamento dal marito, si comprende come una donna ripudiata per infertilità sia in effetti una persona finita: non avrà speranze di risposarsi e non riceverà né soldi né terra o casa dal marito che l’ha ripudiata.
L’ambulatorio è poi reso ancora più stressante dal continuo arrivo di bambini gravissimi, che sovente giungono a noi quando è troppo tardi. E’ il caso di Joy, che per quattro giorni era stata curata con uno sciroppo antibiotico presso il dispensario del villaggio: alla mamma era stato detto che la bambina aveva la polmonite e che questa era la ragione del suo ansimare. In realtà, quando Joy e’ giunta a Chaaria, aveva una emoglobina di 3 grammi (praticamente il suo sangue era acqua). Era così collassata che non si trovavano vene, per cui con fatica ho incannulato la giugulare: e’ quindi iniziata una corsa contro il tempo. Il suo gruppo era 0 positivo e non avevamo sangue compatibile in ospedale. Abbiamo chiesto alla mamma di donare, ma lei ci disse che era nuovamente incinta. Non rimaneva che scegliere un donatore altrove. Abbiamo chiesto ai volontari, ma nessuno aveva un gruppo compatibile. Siamo quindi stati costretti a ricorrere a Mururu (nostro ricoverato debole mentale) che ha accettato a patto che poi lo portassimo a casa a vedere il suo campo. Abbiamo raccolto il sangue, ma, dopo averlo collegato alla vena di Joy, lei è spirata. Non siamo arrivati in tempo. Ancora una volta la morte è stata più forte. La disperazione della mamma ci attanaglia il cuore, ma non ci si puo’ fermare. Altri pazienti aspettano il nostro aiuto, per cui lasciamo la mamma alle cure di Judith, la quale cerca di consolarla mentre noi riprendiamo la lista dei pazienti ambulatoriali.
Sono le 18.30 quando decido di prendere un caffè. I pazienti sono finiti e forse stassera si puo’ andare a pregare con la comunità.
Fr Beppe
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