martedì 30 marzo 2010

Troppo tardi

Julia e’ incinta di sette mesi, ma sembra avere una malaria cerebrale. Febbre altissima e stato di coma profondo. E’ anche molto disidratata, anche se non sembra avere diarrea o vomito.
Il torace e’ libero; i battiti cardiaci fetali sono rapidi a causa dell’alta temperatura corporea della madre, ma sono regolari.
Il test della goccia spessa e’ positivo ed iniziamo il chinino insieme al paracetamolo; purtroppo pero’ le sue condizioni generali cambiano rapidamente e Julia accusa prima un respiro stertoroso che poi si arresta rapidamente.
Il tutto avviene in meno di un’ora, lasciandoci senza parole. Julia ci e’ sfuggita di mano prima ancora che ce ne rendessimo conto. Io mi accascio in una profonda depressione, pensando a cosa avrei potuto fare per salvarla. Sono totalmente annebbiato e non riesco a muovermi per almeno cinque minuti; poi mi ritiro nel mio studio a scrivere la cartella.
I minuti passano, mentre io non faccio abbastanza per tirarmi fuori dallo sconforto.
Ad un certo punto un clinical officer mi fa una domanda che mi sferza come una frustata:
“Come mai non hai tirato fuori il bambino, mentre la mamma dava gli ultimi respiri?”
Questa e’ stata l’ennesima bastonata, che Kaberia mi ha dato senza rendersene conto!
“Che stupido che sono stato!”
Il battito cardiaco in effetti era buono, anche se un po’ rapido. L’eta’ gestazionale di sette mesi avrebbe potuto permettere al bambino di sopravvivere, magari passando alcuni mesi in incubatrice.
Mi e’ mancata la lucidita’ necessaria. Ora sono passati gia’ piu’ di 15 minuti, ed il feto e’ sicuramente morto. Lo avessi fatto subito, avrei forse salvato almeno la sua vita.
Mi sento un terribile peso sul cuore, ma ora “e’ inutile piangere sul latte versato”.

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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