venerdì 2 aprile 2010

Venerdì Santo

Erano le 5 quando Evanjeline è venuta a bussare alla mia porta. Non riuscivo a svegliarmi, visto che il precedente cesareo era finito a mezzanotte. Evanjeline da fuori continuava a bussare come l’amico importuno del Vangelo. Ho vinto la stanchezza ed ho risposto. Lei mi ha detto di correre perchè c’era un caso di maternità con la mamma in coma. Mi ha ripetuto piu’ volte che le condizioni generali erano così scadenti che la paziente avrebbe potuto morire in pochissimo tempo. Mi sono vestito in tre minuti e sono corso, dimenticandomi persino gli occhiali. Giunto in sala parto, non era quello che mi aspettavo. Credevo fosse un caso di gestosi, e pensavo di dover fare un altro cesareo. Invece mi sono trovato davanti una giovane donna in stato di agonia. Repirava appena: noi medici diciamo che aveva “gasping”, che in parole semplici significa quel modo di respirare degli ultimi minuti.
Aveva una placenta ritenuta ed aveva sanguinato tutta la notte. Infatti aveva partorito per strada mentre cercava di raggiungere una maternità in Tharaka. Donne di buona volontà l’avevano aiutata nel parto, ma erano forse inesperte e non avevano legato bene il cordone ombelicale. Quando la mamma raggiunse la suddetta maternità, le fu detto che loro non potevano gestire il suo caso perché non avevano possiblità di dare anestetici per togliere manualmente la placenta, e poi non avrebbero potuto trasfonderla. Quella struttura non aveva né auto né autista, per cui il marito si è trovato nella necessità di portare la mamma sul portapacchi della bicicletta. Il parto era avvenuto verso le 22, e la mamma era giunta a Chaaria alle 5 di mattina, quasi completamente esangue. Ci siamo attivati. Abbiamo trovato la vena femorale, e l’abbiamo trasfusa velocemente. Abbiamo rimosso la placenta e pian piano la mamma si è ripresa, ha cominciato a parlare e sembrava completamente fuori pericolo. Ha chiesto della sua bambina, ed è stata felice di sapere che la bimba era in perfette condizioni. Ha iniziato a mangiare qualcosa e non la finiva più di raccontare di come era stata trasportata prima in bicicletta, poi su una carriola e quindi su un “matatu” preso in affitto dal coniuge.
Ero pieno di gioia. Gli occhi si chiudevano per la brevissima notte di sonno, ma il mio cuore era pieno di umana soddisfazione.
A Chaaria e’ sempre davvero una battaglia continua tra la vita e la morte. Qualche volta vince la vita (come e’ successo oggi), e la cosa ci galvanizza e ci da’ coraggio per affrontare tutte quelle altre situazioni in cui invece e’ la morte ad avere la meglio.

PS: oggi, Venerdi’ Santo, in unione con tutti i Fratelli e le Suore di Chaaria desidero augurare a tutti i lettori del blog, una Pasqua Santa e gioiosa, piena dei frutti dello Spirito Santo che il Signore Risorto porta ad ognuno dei credenti.
La gioia di Gesu’ risorto ci ricorda che non siamo mai soli, e che Lui e’ sempre con noi, anche quando la strada e’ in salita; anche quando la via di fronte a noi e’ buia, e sembra che la nostra speranza vacilli.
La Pasqua ci ricorda che non possiamo essere pessimisti, perche’ Cristo ha vinto la morte, e ci coinvolge in questa vittoria quotidiana: non siamo degli sconfitti, nemmeno quando la croce di ci pesa sulla spalle e ci spezza la schiena, “perche’ tutti noi sappiamo che, se Dio e’ morto, e’ per tre giorni... e poi risorge”.
Dio sara’ risorto nelle cose buone in cui crediamo e per cui lottiamo; nel bene che faremo; nel sorriso che saremo capaci ad offrire al prossimo anche quando il nostro cuore stara’ piangendo; nella dedizione totale ai poveri, e nella nostra bonta’; nella preghiera che eleveremo a Dio ricordandoci che, senza di Lui non possiamo far niente.
Buona Pasqua a tutti.

Fr Beppe

Nessun commento:


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


Guarda il video....