Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


lunedì 7 febbraio 2011

Banalità che si trasformano in drammi

Domenica mattina alle otto l’ospedale e’ gia’ percorso da una grave agitazione. Un gruppo concitato di persone si affanna attorno alla barella di room 9. Mi avvicino e scorgo un giovane su una barella. Ha una ferita al di sopra del capezzolo destro: si tratta di un taglio molto corto, ed intuisco che si tratta di una coltellata.
“Cosa e’ successo?”, chiedo senza rivolgermi ad alcuno in particolare.
“E’ stato un banale alterco a scuola tra studenti. Hanno litigato sul turno per lavare i piatti”, mi risponde una giovane donna... forse una delle insegnanti.
“Incredibile... avrebbe potuto essere un omicidio, causato da una stupidaggine”, penso ad alta voce.
Il paziente quindicenne e’ di Mbajone, un villaggio molto vicino a Chaaria, dove normalmente il nostro Fratel Giovanni Bosco si recava alla domenica pomeriggio per le sue passeggiate con i bambini: non stupisce quindi che si chiami John Bosco.
Lo portiamo in sala accompagnati fin sulla porta da un padre stanco ed ansioso. Il malato e’ per altro parente della nostra Mama Sharon, la quale umilmente mi chiede di rimanere fuori, perche’ teme di svenire. La capisco e non faccio resistenza.
L’assenza di Jesse mi obbliga a lavorare in anestesia locale. Il ragazzo e’ poco collaborante e facciamo un po’ di fatica.
Pero’ siamo fortunati: prima di tutto l’auscultazione del torace nei pressi della coltellata ci fa ben sperare perche’ i suoni polmonari sono ben udibili. Poi, facendo una revisione profonda della ferita, ci rendiamo conto che il pugnale deve essere rimbalzato su una costa ed essersi quindi direzionato in linea parallela al piano cutaneo, andando a finire nel muscolo pettorale.
Suturiamo quindi i vari strati con animo piu’ sollevato: a Chaaria non saremmo stati in grado di mettere il giovane sotto aspirazione per un eventuale pneumotorace.
All’uscita dalla sala rassicuriamo il papa’, e gli diciamo che scioglieremo la prognosi l’indomani, dopo che il ragazzo sara’ stato portato a Meru per una lastra del torace di conferma.
Ora quel genitore e’ piu’ sereno, ma assolutamente determinato a portare l’aggressore in corte.
“Tutto e’ bene quello che finisce bene!”
Ma le cose non sono affatto terminate per noi.
Nonostante sia domenica, dobbiamo eseguire un taglio cesareo urgente: le doglie infatti non rispettano mai ne’ il weekend, ne’ gli orari notturni. I volontari sono al Samburu; Jesse ed Ogembo non ci sono... ma ce la caviamo abbastanza bene, nonostante un temporaneo arresto respiratorio dovuto a “spinale risalita un po’ troppo”.
Il pomeriggio ci vede di nuovo alle prese con un caso di umana ferocia e stupidita’.
Verso le 15.30 riceviamo una donna collassata ed imbrattata di sangue. Ha un ginocchio “spappolato” da una pangata (panga e’ il termine swahili per machete): la ferita sanguina, ma la sutura in se’ e’ molto semplice.
Il vero problema e’ la mano destra.
Un colpo di panga ha quasi completamente amputato il mignolo, che ora pende privo di vita, ed attaccato solo da un lembo di tessuti semi-dilaniati.
Molte arterie sono beanti e sprizzano sangue in tutte le direzioni. Ci affanniamo quindi a lavare la paziente ed a portarla in sala. Come mi aspettavo, il lavoro di “cucitura” sul ginocchio non dura piu’ di 15 minuti, ma la mano e’ un vero disastro.
Il primo pensiero e’ stato quello di chiudere le arterie, al fine di fermare l’emorragia. Poi e’ venuta la decisione piu’ difficile. Ho guardato la ferita; ho ponderato con attenzione, anche considerando che la donna non e’ mancina!
Ma ho dovuto concludere che quel dito non si poveva piu’ salvare.
Rapidamente sono quindi passato al “piano B”: ho tagliato il dito disarticolandolo ed evitando di segare ossa indenni, al fine di prevenire ulteriori infezioni. Poi ho richiuso lentamente... fortunatamente avevamo abbastanza cute, e siamo riusciti a fare un buon lavoro.
Abbiamo quindi trasfuso la donna e l’abbiamo portata in reparto in condizioni generali stabili.
Anche in questo caso si e’ trattato di un diverbio familiare di nessuna importanza: e’ stato il cognato ad aggredirla, con l’accusa che lei avesse fatto scappare una gallina.
Incredibile!
Questa donna avra’ una mano monca per tutta la vita a causa di una gallina, il cui valore economico non supera di molto quello di una bottiglia di birra.
Ma, come dice il Salmo, “il cuore dell’uomo chi lo puo’ conoscere?”

Fr Beppe Gaido


BREVISSIME DA CHAARIA
2. Oggi i pazienti passati in ambulatorio sono stati piu’ di 400, ed anche il gabinetto odontoiatrico ha registrato il “tutto esaurito” con ben 50 clienti. Fr Beppe si e’ unito a Mercy per le estrazioni, mentre quest’ultima si e’ dedicata soprattutto alle cure conservative.
3. Nella foto vedete Celina mentre prepara i teli per la sterilizzazione.

Il cronista



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