Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


lunedì 4 aprile 2011

Faccia di luna piena... e caviglie ciccionissime...

... La mia faccia ha cominciato a gonfiare quattro anni fa. Avevo circa 5 anni, e mi accorgevo che non ero come gli altri bambini: loro correvano dietro alla palla senza problemi. Si arrampicavano sugli alberi a cercare mango o nidi di uccelli. Io invece, se ci provavo, mi sentivo malissimo: avevo il cuore che batteva come una locomotiva e mi sembrava che stessi soffocando.
Io non mi accorgevo di essere gonfia, ma le mie compagne mi prendevano in giro e mi dicevano che sembravo una “luna piena”. Anche i miei piedi erano grassi come dei salsicciotti ed io non capivo bene perche’... infatti non avevo mai appetito. Ricordo che un giorno la mia nonna mi ha regalato un paio di sandali: erano rossi e bellissimi, ma dopo un mese soltanto, non riuscivo piu’ a calzarli perche’ i mei piedini erano ingrassati di colpo.
Mamma si e’ preoccupata subito perche’ vedeva che a volte diventavo blu dopo una breve salita: casa nostra purtroppo e’ sulla cima di una collinetta e la scuola e’ molto piu’ in basso. Io andavo all’asilo, ma per tornare a casa ci impiegavo molte ore, in quanto dovevo fermarmi di tanto in tanto a riprendere fiato.
Allora ha preso la decisione di portarmi dal dottore: siamo andati al dispensario del nostro villaggio, dove abbiamo trovato uno con il camice bianco. Si faceva chiamare DAGITARI, e solo ora mi rendo conto che era un infermiere, e non un medico: mi ha guardata senza neppure mettermi un fonendoscopio sulla schiena o sul cuore, ed ha sentenziato che avevo una polmonite. Quindi mi ha dato antibiotici, ma io non miglioravo per niente. Anzi, ero diventata come un pallone e respiravo sempre peggio: era come se avessi fame di aria... inspiravo ma non ero mai soddisfatta. Allora il mio curante ha cambiato idea: doveva essere un problema di reni, e mi ha dato delle pastiglie che mi facevano fare tantissima pipi’, con il risultato che non riuscivo piu’ neanche a dormire la notte.
Sono andata avanti e indietro da quel dispensario per anni. Mi bucavano tutte le volte per prendermi sangue ed ero sempre positiva per qualcosa: a pensarci bene mi sembra che fosse un business: una volta avevo la malaria, la volta dopo l’ameba ed un altro giorno il tifo. Fatto sta che mio papa’ diceva che non avrebbe piu’ potuto comprare tutte quelle medicine che alla fin dei conti non mi servivano a guarire.
Dopo tanto... troppo tempo siamo infine approdati a Chaaria dove mi hanno sottoposta ad esami molto piu’ strani: uno mi ha fatto veramente paura, perche’ mi hanno messo dei cavi elettrici sul torace, sulle gambe e sulle braccia. Avevo tanta fifa che mi dessero la scossa. Invece non ho sentito dolore. Mi hanno detto che si chiama ECG.
Poi mi hanno spalmata di gel sul torace e mi hanno messo una specie di pila sulla pelle. Me la facevano passare su e giu’. Vicino a me c’era una grossa macchina che sembrava un televisore. Io guardavo con attenzione lo schermo, ma non ci capivo niente. Ho sentito che il dottore parlava di cuore molto ingrandito, con le valvole troppo piccole, e con una difficolta’ importante del muscolo cardiaco a fare il suo lavoro di pompa. Il medico diceva che il mio cuore era scompensato. Chissa’ cosa vuol dire! Poi ha confidato ad una infermiera di pella chiara che guardava il televisore insieme a lui: “che scarogna per questa bambina essere nata qui... se fosse in Italia, sarebbe gia’ stata operata, e davanti a lei si aprirebbero le normali prospettive a cui tutti aspiriamo: diventare adulti, studiare, farci una famiglia, morire vecchi e coccolati dai nostri nipotini. Lei invece che prospettive di vita avra’? riuscira’ a raggiungere la maggiore eta’?”.
La mia fortuna e’ che sono una bambina e quindi non ho capito bene quello che intendevano. Probabilmente , se lo avessi capito, mi sarebbe venuta la tentazione di spararmi un colpo in testa... pero’ una cosa mi frulla sempre nella mente: perche’ ci sono bambini piu’ fortunati di altri? Qual’e’ la differenza tra il mal di cuore di un bambino italiano e quello di un bimbo africano? Perche’ basta essere nati nella parte sbagliata del mondo per non avere il diritto di diventare adulti? Mi dicono che e’ una questione di soldi... che barba questo denaro!!!.
Anche a casa, io non posso avere la televisione perche’ non abbiamo soldi. Il papa’ usa la bici perche’ non puo’ comprare la motocicletta. Io vado a scuola pubblica, e non posso andare in quella bella scuola privata, perche’ i miei genitori non sono in grado di pagare... Sono ancora piccola, e per quel poco che riesco capire, io non diventero’ mai mamma, ne’ potro’ andare all’Universita’; so che un bambino della mia eta’, ma di pella bianca, sarebbe operato e riprenderebbe a giocare a pallone, mentre io continuero’ ad essere gonfia, a soffiare, a sentire che mi manca l’aria tutte le volte che risalgo il sentiero che mi porta a casa... sono sicura che il bambino bianco malato non si sentira’ mai dire dalla mamma che i farmaci sono finiti, ma non ci sono fondi per comprarne altri... A me invece capitera’ tante volte, e Dio solo sa se continuero’ le terapie prescritte a Chaaria. Ma se un giorno il mio cuore si fermera’ quando sono ancora piccola ed innocente, allora, appena arrivata in Paradiso, faro’ a Dio, nostro Papa’, questa semplice domanda: “Abba, se sapevi che ci sono bambini che nascono nella parte sbagliata del mondo e che proprio per questo non possono curarsi, perche’ non fai nascere solo bimbi sani nella mia Africa, mentre quelli malati li fai nascere tutti nei Paesi ricchi dove ci sono cure e ospedali moderni? E’ forse perche’ i bambini africani ti piacciono cosi’ tanto che li vuoi presto nuovamente per te, in modo da trasformarli in tanti Angeli?”.
Penso proprio che sia cosi’, e a dire la verita’ sono proprio sicura che la maggior parte degli angioletti del cielo sono neri, e presto anche io saro’ uno di loro.
Ciao. Arrivederci in Paradiso.


PS: questa lettera l’avevo scritta nel 2008. Poi ho continuato a seguire questa bambina bellissima che, per fortuna, non ha smesso di prendere le medicine, ed e’ rimasta in buon compenso emodinamico.
Poi, inaspettatamente le cose sono molto cambiate anche per i bambini nati nella parte sbagliata del mondo, da quando ho incontrato EMERGENCY. 
Ora la bimba ha una valvola cardiaca nuova: e’ stata operata a Khartoum ed e’ tornata a casa dai genitori.
Lo so che per lei non e’ finita: avra’ tanto da lottare, terapie da assumere e controlli a cui sottoporsi... ma chi lo sa! Forse potra’ anche lei andare all’Universita’ e potra’ anche sposarsi, avere figli e nipoti... ed in Paradiso ci andra’ sicuramente, ma non come una povera bimba innocente: ci andra’ (glielo auguriamo) quando sara’ bisnonna ultracentenaria.
Grazie ancora, Emergency!

Fr Beppe

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