Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


lunedì 9 maggio 2011

Povere donne del nord

Piu’ vai verso settentrione e piu’ le condizioni socio-economiche peggiorano... soprattutto la condizione della donna e’ sovente davvero indescrivibile.
Oggi per esempio ho dovuto fare l’ecografia ad una giovane donna del Nord; non conosceva il kiswahili, ed era percio’ accompagnata da un uomo che io presumevo il marito.
Mi sono bastati pochi minuti per rendermi conto che non era affatto il consorte, ma il fratello della paziente. Gli ho chiesto se sarebbe rimasto ugualmente per l’ecografia ostetrica, o se avrei potuto stare da solo con la paziente durante l’esame.
Lui ha seccamente escluso la possibilita’ di uscire dalla stanza ed ha detto che la sua funzione sarebbe stata di tradurre quanto io dovessi comunicare alla donna.
Ho quindi portato a termine la mia eco, sotto stretta osservazione da parte di quell’uomo. Fortunatamente il feto stava bene e non c’erano complicazioni per quella gravidanza.
Il mio compito era semplicemente quello di indicare loro la precisa eta’ gestazionale e la data estimata del parto.
Poi, siccome casualmente lo avevo visto molto bene, anche senza cercarlo espressamente, ho chiesto ingenuamente: “Posso dire alla mamma il sesso del nascituro?”
L’uomo si e’ irrigidito ed ha detto assolutamente di no... e non avrei neppure potuto scriverlo nel referto.
“Pero’ lo dirai a me nell’orecchio”... ha continuato l’accompagnatore.
Ha quindi accompagnato la donna fuori dal mio uffcio e poi e’ tornato dentro tutto tronfio, chiedendomi il sesso del feto. Naturalmente gliel’ho detto... non volevo certo avere dei problemi o delle tensioni con lui. Ma mi e’ venuta una grande tristezza pensando alla condizione della donna da quelle parti: portare nel grembo un bimbo e non avere neppure la liberta’ di decidere se vuoi sapere o meno il suo sesso... e dover accettare che quell’informazione a te negata venga invece comunicata non dico a tuo marito, ma addirittura a tuo fratello, per il semplice fatto che lui e’ un maschio e tu no!
Sicuramente quella ragazza non sapeva ne’ leggere ne’ scrivere, ed il suo compito principale nella vita e’ e sara’ esclusivamente quello di “produrre” quanti piu’ bambini le sara’ possibile, e di prendersi cura di loro praticamente sobbarcandosi tutte le incombenze a questo correlate.
Forse lei non si rende neppure conto di una tale ingiustizia... e cio’ probabilmente la difende dalla disperazione.

Fr Beppe



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