Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

sabato 30 giugno 2012

Dipende


E’ il titolo di una canzone che mi piace moltissimo e che ascolto tutte le volte che sono un po’ giu’ di morale:
“da che punto guardi il mondo tutto dipende!”.
La simpatica canzone puo’ essere applicata benissimo a quello che voglio dirvi oggi, e desidero proporvi anche un’altra frase ad effetto: “la bottiglia puo’ sempre essere mezza piena o mezza vuota”... ed anche questo “dipende” dall’attitudine di chi la guarda.
Se per esempio vedo che i malati a Chaaria sono un po’ sporchi e che l’igiene personale non e’ ben eseguita, posso avere due diverse reazioni: la prima e’ quella di demotivarmi, di dire che i pazienti non sono assistiti come si meritano e che lo staff non se ne cura; la seconda posizione puo’ essere quella di pensare che, dal momento che i clienti sono spesso poco accuditi, allora c’e’ ancora bisogno del volontariato, perche’ Chaaria con le proprie forze per ora non ce la fa a raggiungere un buon standard di servizio. Chi reagisce nel primo modo normalmente fa una brutta esperienza, diventa triste e crea disagio tra il personale locale. Chi parte dal secondo punto di vista puo’ trovare proprio nei nostri limiti uno stimolo a lavorare sodo, a prendersi cura dei malati in prima persona offrendo loro il meglio. Lo fara’ per due motivi di fondo: il primo e’ che noi siamo soprattutto chiamati a far star meglio i degenti nei limiti propri della nostra condizione umana, ed il secondo e’ che la testimonianza del servizio portato avanti con umilta’ e perseveranza e’ come una goccia che scava la roccia e forse pian piano modifichera’ anche i comportamenti dei nostri dipendenti piu’ restii. Vedete come “tutto dipende!”
A questi due punti di vista, io ne aggiungo un altro: e cioe’ che 12 anni fa a Chaaria non c’era un letto e non c’era neppure una barellla su cui visitare il paziente.
Se quindi oggi ci paragoniamo agli standard europei, certamente noi siamo indietro di una trentina di anni; ma se guardiamo a quello che con pazienza e fatica si e’ realizzato nell’arco di poco piu’ di un decennio, io ritengo che i traguardi raggiunti siano molto piu’ significativi che le sconfitte e le mancanze... e’ la solita storia della bottiglia mezza piena o mezza vuota!
Per esempio, solo la settimana scorsa, in un convegno organizzato dal Ministero per la Salute, Chaaria e’ stata elogiata perche’ siamo l’unico ospedale nella Regione a non avere alcuna mortalita’ materna al parto. Pure la nostra clinica antenatale e l’attivita’ vaccinale sono state altamente apprezzate per l’altissimo standard e professionalita’.
Quindi e’ assolutamente vero che “tutto dipende”: possiamo con verita’ dire che siamo bravi perche’ nessuna mamma muore nel “peripartum” da tempi immemorabili, ma dobbiamo anche affermare che i pazienti a volte non ricevono le terapie prescritte a causa di difficolta’ comunicative tra staff medico ed infermieristico.
Allora la bottiglia e’ mezza piena o mezza vuota?
Cio’ dipende sempre dagli occhiali che l’osservatore si mette.
Quello che comunque mi sento di dire e’ che lo sforzo di miglioramento e’ costante, e che sempre piu’ cercheremo di metterci assolutamente in linea con gli standard nazionali e dell’OMS.
Alcuni miglioramenti saranno di necessita’ strutturali, e quindi richiederanno piu’ tempo: se per esempio mi si dice con ragione che i reparti sono troppo congesti e che ci sono due pazienti per letto, la soluzione non sara’ cosi’ immediata.
Non piace neppure a me una situazione di sovraffollamento, che crea tra l’altro le condizioni ideali per le infezioni nosocomiali.
Ma per risolvere tale problema, occorre costruire... e quindi avere capitali che per adesso non possediamo. Ma anche in tale campo alcune piccole cose le stiamo gia’ facendo, come per esempio il fatto di aver dedicato una sezione del camerone ai pazienti chirurgici: non e’ ancora l’ideale perche’ ci vorrebbe un reparto di chirurgia separato da quello di medicina, al fine di evitare che un operato giaccia nella stessa stanza con un tubercolotico... ma la separazione in due sttori dello stesso dipartimento e’ gia’ un passo avanti!
Per la sala operatoria e’ sempre stato lo stesso: qualcuno ha rifiutato di operare perche’ la nostra sala non era all’altezza di un intervento chirurgico... altri invece hanno fatto operazioni stupende e difficilissime, e con il loro esempio ed insegnamento mi hanno trasformato in un chirurgo. Anche in tale settore la soluzione e’ arrivata, ma ci sono voluti dieci anni per la raccolta dei fondi necessari alla realizzazione del nuovo gruppo operatorio.
Come potete vedere, davvero tutto dipende! Qualcuno considerera’ immonda la situazione attuale, e qualcun altro la reputa migliore di quella vista in tante altre strutture.
E mentre vi saluto, mi vado a riascoltare la canzone, che trovo sempre molto vera: infatti, quando ero a Torino mi sentivo un nordista (non con orgoglio... devo dire!). Poi sono andato a studiare a Londra, ed i Londinesi mi consideravano un povero sudista nella mappa europea. Ora che sono in Kenya scrivo ai miei amici di Catania e Cagliari, ed essi mi rispondono: “Qui al Nord, noi facciamo cosi’ e cosi’”.
Nella stessa ottica Chaaria puo’ essere un ospedale stupendo, oppure una struttura disordinata e cresciuta come un fungo senza piani a lungo termine; Chaaria puo’ servire tantissimo la gente povera, oppure ricoverare senza poi prendersi adeguata cura di coloro che sono in reparto.
La mia personale opinione e’ che abbiamo fatto passi da gigante ed ancora ne faremo, seppur con tempi evoluzionistici. D’altra parte la pazienza e’ la virtu’ dei forti.
Ma pue questa mia convinzione puo’ essere confutata, perche’ “da che punto guardi il modo tutto dipende”.
 
Fr Beppe

1 commento:

Dr. Ugo Montanari ha detto...

La mia personale opinione (peraltro non richiesta) è che siete una benedizione del cielo per il solo fatto di esistere...


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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