Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 24 luglio 2012

Non esiste un intervento facile


L’ho vissuto ancora una volta oggi durante un cesareo, operazione che ho gia’ fatto migliaia di volte.
Speravo di metterci venti minuti e poi di andare a pranzo... ero infatti entrato in sala che gia’ non ci vedevo dalla fame.
Si trattava di una donna con cicatrice da pregresso cesareo, eseguito nel 2007 in una struttura che normalmente non chiude il peritoneo, secondo i dettami classici della tecnica di Stark. Come mi aspettavo, abbiamo in effetti trovato tantissime aderenze, che hanno reso la procedura molto complicata. Gia’ avevamo deciso di risuturare l’utero in addome, senza estrofletterlo all’esterno, in quanto le tenaci adesioni da noi incontrate in fase di espulsione del bambino, ce lo avrebbero impedito.
Il neonato fortunatamente era venuto alla luce con un forte grido ed aveva continuato a piangere bene.
Dopo pochi minuti mi sono pero’ accorto del gran pasticcio: la vescica era abbondantemente aperta e malamente lacerata. Mi ci e’ voluto un po’ di tempo per capirci qualcosa: quello che pensavo essere il segmento inferiore dell’utero era in realta’ la parete anteriore della vescica squarciata, attraverso cui vedevo chiaramente il palloncino del catetere. Non e’ stato facile trovare la breccia uterina attraverso cui il neonato era venuto al mondo, in quanto non potevo “tirare fuori” l’organo, completamente appiccicato alla muscolatura, ed il sanguinamento era importante.
Con calma pero’ mi sono raccappezzato: si era trattato di una nascita in cui il bambino era uscito attraverso una lacerazione che interessava la parete anteriore dell’utero e quella posteriore della vescica, la quale si era quindi abbondantemente aperta anche anteriormente.
Il primo lavoro e’ stato quello di chiudere l’utero con sutura a due strati. Poi ho riparato la parete posteriore della vescica, e quindi ne ho richiuso la cupola.
Credo di aver fatto un buon lavoro, anche se la vescica e’ nuovamente in posizione anteriore all’utero e le aderenze saranno persino peggiori alla prossima gravidanza. Sono piu’ o meno sicuro che si ripetera’ lo stesso disastro al prossimo cesareo.
Ma per adesso mi focalizzo sul fatto che il bambino e’ vivo e la mamma e’ stabile, anche se purtroppo dovro’ tenerla in ospedale un po’ piu’ a lungo a motivo della prolungata cateterizzazione necessaria dopo rottura vescicale.
Aveva proprio ragione Rebuffat, grande chirurgo scomparso prematuramente, quando diceva: “io ho avuto tutte le complicanze descritte in letteratura e qualcuna, modestamente, l'ho inventata io....solo chi non fa nulla non ha complicanze!"
Fr Beppe

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