Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

mercoledì 19 settembre 2012

Giorno e notte


Sono le 3 di mattina ed il cercapersone squilla senza pieta’... mi giro tra le coperte; spero che non sia vero, ed invece riprende a suonare e Kathure dice di correre presto: stavolta pero’ non e’ un cesareo. Si tratta di una donna che era caduta a terra la sera precedente alle ore 19, riportando una ferita profonda sulla fronte e sulla palpebra destra, probabilmente a causa di un grosso sasso.
La paziente e’ arrivata cosi’ tardi nel cuore della notte, perche’ i suoi familiari non hanno trovato un matatu ed hanno dovuto camminare fino a Chaaria. Nonostante le condizioni precarie, la donna ha percoso circa 14 chilometri a piedi. Ora e’ fredda e non ha pressione. La suturo velocemente per fermare il sangue che ancora scorre abbondante. Fortunatamente non vedo fratture ossee attravero la profonda lacerazione dei tessuti. Il problema e’ che la donna sta peggiorando ed abbiamo bisogno di infondere liquidi. Insieme alle infermiere diamo del nostro meglio per trovare una vena, ma sono tutte collassate. La mamma sta andando in shock, e noi la stiamo a guardare impotenti. Provo la giugulare, ma anche questa sembra scomparsa a causa del polso sempre piu’ flebile... non c’e’ verso; non riesco a incannularla. Sto per gettare la spugna, ma voglio ancora provare la femorale. Senza troppa convinzione (sono anche molto assonnato) ci tento alcune volte, e, quando ormai avevo deciso di aver fallito anche quest’ultima possibilita’, vedo del sangue che fuoriesce dalla cannula: Claudia mi dice esultante: “you are in = sei dentro”. Corre a prendere una flebo e infondiamo velocemente un litro e mezzo di soluzione elettrolitica. Attraverso quella via pratichiamo anche gli antibiotici. Ora sono solo le quattro di mattina ma non si puo’ aspettare. Faccio i gruppi sanguigni e le prove crociate. Prima delle 9, la paziente e’ gia’ stata trasfusa, e’ stabile e cosciente, anche se il suo volto e’ gonfio come quello di un pugile alla quindicesima ripresa. Ringraziamo il Signore.
Sara’ pero’ molto dura continuare tutta la giornata visto che la notte e’ stata veramente troppo breve.
Vorrei andare a colazione, ma vengo fermato dalle nuove infermiere che mi chiedono aiuto per alcuni bambini ancora senza vena: hanno lavorato per ore, senza successo. E’ strano... questo era un problema che vivevamo nei primi anni di Chaaria, quando molte delle chiamate anche notturne erano legate al reperimento di un accesso venoso in un paziente pediatrico. Poi la situazione era migliorata tantissimo, soprattutto grazie alla grande esperienza ottenuta dalle nostre infermiere.
Ora pero’ il problema si ripropone prepotentemente perche’ lo staff e’ quasi tutto cambiato: molti hanno scelto di lavorare in strutture governative, altri hanno deciso di occuparsi di cliniche private da loro stessi aperte nel circondario... e noi ci ritroviamo con un turn over velocissimo del personale, che ci sta creando non poche difficolta’. Quasi tutte le nuove infermiere infatti sono fresche di scuola, e questo fa si’ che manchi tutto quel bagaglio di esperienza che spesso conta piu’ della scienza teorica.
Mi impegno a fondo e ci provo. Cercare una vena ad un bambino grave e’ a volte molto frustrante, perche’ ci vogliono ore, il piccolo sta malissimo, e la madre che te lo tiene fermo e’ chiaramente sempre piu’ disperata. Non e’ infrequente dover mandare fuori le mamme, e chiedere ad un membro dello staff di sostenere il piccolo, perche’ la donna non ce la fa piu’ e rischia il collasso o la crisi isterica.
Ho successo su due bimbi ed incannulo la giugulare esterna. Per uno proprio non riesco a fare altro che proporre l’intervento. E’ una brutta procedura: devi portare il piccolo gia’ molto grave in sala, rischiare una anestesia generale, e poi operare quello che in Inglese si chiama “cut down”: in pratica fai una incisione al livello della caviglia e poi cominci a scavare tra i muscoli, finche’ trovi la vena. A questo punto inserisci la cannula nel vaso sanguigno, la fissi con delle suture riassorbibili, e richiudi la ferita. Sono cosi’ stanco che penso di non avere la lucidita’ sufficiente, e lascio l’ingrato compito al Dott Ogembo che pian piano ci riesce, con la valida collaborazione di Jesse. Immediatamente quindi iniziamo la trasfusione di cui il pupo ha assolutamente bisogno. La sua emoglobina e’ infatti 2 grammi, e la sua respirazione e’ ormai molto superficiale. Anche lui e’ vittima di una malaria grave che in questi giorni riprende a falcidiare grandi e piccoli senza pieta’, dopo la pausa offertaci dai mesi freddi.
Vado ora a pregare un momento, passo dalla cucina a prendere un po’ di caffelatte, ed aspetto che Makena nuovamente pulisca la sala operatoria: oggi abbiamo ancora una isterectomia (cioe’ dobbiamo togliere l’utero ad una donna che ha gravi emorragie). Per me e’ ancora un signor intervento, e non ha il carattere di normalita’ ormai assunto dal cesareo. E’ meglio che chieda un po’ di lumi e di forza al Signore prima di imbarcarmi in questa nuova “impresa chirurgica”.
Ciao. Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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