Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

giovedì 15 novembre 2012

Irascibile, stanco e pieno di sensi di colpa


E’ successo poco tempo fa, ma ne avverto ancora il sapore amaro e pungente.
Ero molto stanco, e, quando sono nuovamente stato svegliato per una emergenza, il mio umore era piuttosto terreo ed irascibile.
Ho chiesto all’infermiera che cosa ci fosse nuovamente, e lei mi ha rapidamente presentato il caso di una giovane donna con due pregressi cesarei.
Mi sono quindi rassegnato al fato, perche’ sapevo che non c’erano alternative. Due cicatrici pregresse costituiscono infatti una indicazione assoluta al reintervento. Di li’ non si puo’ scappare.
Ma fuori della sala parto mi sono trovato di fronte il marito, che senza preamboli, mi ha chiesto di fare una ecografia alla sua donna prima di entrare in sala.
La fatica, la tarda ora notturna, la tensione e la mia natura umana piena di limiti hanno purtroppo agito come una miscela esplosiva, e sulle mie labbra sono sbocciate parole dure, che fluivano veloci come carrozze di un treno in corsa. Io mi rendevo conto che stavo dicendo cattiverie, ma non riuscivo a fermarmi, anche se gia’ avvertivo l’amaro sapore del rimorso salirmi dalle viscere verso il cervello. Ho comunicato a quell’uomo in malo modo che il medico ero io e che lui non aveva il diritto di insegnarmi il mio lavoro; ero io quello che poteva decidere se un’eco era necessaria, a meno che potesse provare di avere una laurea equipollente alla mia. Non avrei voluto dire quelle cose, ma era come se mi trovassi su una strada in discesa ripida, e la mia auto avesse rotto i freni.
I poveri sono abituati ad essere umiliati da tutti, e quell’uomo si e’ ritirato con la coda tra le gambe.
Poi, prima di entrare in sala, sua moglie, evidentemente scossa ed impauritra, mi ha domandato se almeno questa volta il feto fosse vivo.
La sua affermazione mi ha lasciato tramortito, come un fulmine che incida un tatuaggio indelebile nella mia mente; mi sono quindi rivolto all’infermiera: “qual’e’ la storia di questa paziente?”
“E’ stata cesarizzata due volte, ma entrambi i bambini sono morti all’eta’ di circa un anno a causa di polmoniti severe”.
“Vuoi dire che non hanno figli?”
Lei ha annuito in silenzio.
Mi sono sentito un verme. Perche’ sono stato tanto presuntuoso da umiliare quell’uomo senza neppure verificare le ragioni della sua apprensione?
“Speriamo che non sia andato via, e che stia aspettando fuori”.
Mentre stavamo preparando la malata per l’ecografia precedentemente richiesta dal marito, mi e’ stato riferito che la gravidanza non era completamente a termine, ma che la pressione arteriosa della mamma era altissima.
“Questa e’ una di quelle situazioni tremende in cui si rischia di sbagliare comunque… ho gia’ fatto degli errori imperdonabili con quel papa’… e se adesso non fossi capace di salvare il suo bambino? Meno male che la malata non mi ha sentito altercare con lo sposo!”
Ho eseguito l’ecografia con grande attenzione, ed il risutato e’ stato di quelli che non ti tolgono il margine di dubbio… o la possibilita’ di errore. Secondo la mamma, mancava ancora un paio di settimane alla ‘data estimata’ del parto. Secondo gli ultrasuoni, il bambino sembrava grosso abbastanza per poter sopravvivere.
“Cosa decidere? Aspettiamo fino a termine per evitare una eventuale immaturita’ polmonare ed una insufficienza respiratoria? Ma se facciamo cosi’, siamo sicuri che la pressione altissima non uccida il feto ancor prima di nascere… magari stanotte stessa? Questa coppia ha gia’ sofferto tanto! E se la mia decisione portasse ad un nato-morto?”
Dopo qualche indecisione e’ prevalsa in me la linea interventistica.
“Dobbiamo agire e tirar fuori quel bambino che ora ha un battito cardiaco perfetto, prima che l’ipertensione arteriosa causi il disastro”.
Mi sono precipitato fuori, con la paura che quello sposo si fosse offeso e se ne fosse andato completamente. Ho scandagliato la sala di attesa, ma non l’ho visto. Quando ormai mi stavo disperando a causa della mia presuntuosa stupidita’, me lo son visto spuntare da dietro una siepe. Era calmo e gentile… come se non fosse successo nulla.
Gli ho spiegato i mei dubbi, ed anche i rischi che ognuna delle due opzioni comportavano. Lui e’ stato risoluto nel sostenermi nella decisione verso l’operazione, ed e’ stato poi bravissimo quando l’ho fatto parlare con la moglie. E’ riuscito a convincerla e a farla entrare in sala senza troppe remore.
Certo Doreen aveva una paura palpabile. Subito dopo la ‘spinale’, quando l’ho vista tremare come una foglia e le ho messo una pesante coperta di lana sulle spalle e sul torace, lei mi ha confidato con una punta di facezia: “tremo, ma e’ solo perche’ sono terrorizzata… non ho freddo!”
Poi la mano di Dio e’ stata con noi e ci ha guidati. Doreen ha continuato a pregare a bassa voce durante tutta l’operazione che e’ fluita liscia come l’olio.
Il maschietto di 2600 grammi ha pianto subito come un forsennato, ed ha fatto la pipi’ a testa in giu’, mentre lo sostenevo per le gambe e lo passavo all’assistente.
E’ stata una festa in sala operatoria. Evanjeline, la nostra infermiera, si e’ messa a danzare in segno di gioia; Doreen ha cantata inni al Signore, e ci ha fatto da impianto di filodiffusione sino all’ultimo punto sulla cute.
La festa si e’ quindi estesa anche allo sposo, che si e’ messo a saltare e a fare capriole quando gli ho fatto vedere il pupo in incubatrice. Mi ha abbracciato, dimenticando e perdonandomi in quello stesso istante, e mi ha detto: “Doctor, dopo un tempo, ne deve venire un altro. Questa volta sento che Dio non ci togliera’ nostro figlio… grazie…grazie!”
Guardando l’ora e vedendo che erano le 2.30 del mattino, mi sono sentito un po’ svuotato e distrutto, ma anche molto contento. Quasi non ci credevo io stesso che fosse andato tutto bene, e sono ritornato da solo all’incubatrice per sincerarmi delle condizioni del pupo.
Poi l’eccitazione e’ passata e mi sono avviato verso camera mia. Mi e’ ritornato quel sapore salato del rimorso per come avevo inveito contro quel papa’ senza sincerarmi prima delle sue condizioni emotive e delle sue reali paure.
Meno male che non se n’e’ andato!
E’ una grave responsabilita’ davanti a Dio quella di umiliare i poveri.
Per loro il medico e’ un semidio, e di fronte a lui non osano neppure tentare di spiegare le loro ragioni. Non hanno i mezzi culturali per controbattere, neppure quando il dottore ha torto.
Io in effetti ho ricevuto da Dio assai di piu’ di molti di loro. Provengo da una famiglia relativamente agiata, ed e’ per questo che ho potuto studiare. La cultura che ho e’ un dono del Signore. Se fossi nato in uno slum di Nairobi o di Calcutta, forse non sarei un medico.
Che diritto ho io dunque di zittire una persona che e’ stata meno benedetta di me dalla vita e dalla sorte?
Prima di mettermi sotto le coperte ho quindi recitato una preghiera in cui ho chiesto a Dio di perdonare la mia leggerezza e la mia superficialita’.

PS: con gioia abbiamo riaccolto a Chaaria il nostro superiore Fr Roberto Trappa, dopo un mese di permanenza in Italia, dove era stato chiamato per important incarichi legati al suo ruolo di consigliere generale. Gli diamo il benvenuto e siamo molto contenti che sia nuovamente tra di noi.

Fr Beppe Gaido


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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