Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 11 dicembre 2012

Lezioni di Chaaria

Ancora una volta Chaaria mi insegna tanto. Oggi ho parlato al telefono con Chiara, che mi sta aiutando nella vendita di tanti oggettini per Chaaria da lei comprati a Meru. 
E questa è una prima cosa che oggi ho imparato, anche se forse questa già la sapevo: andare come volontari a Chaaria non deve finire all'aeroporto di Caselle quando torni.
Significa aver voglia dalla nostra comoda cameretta di continuare a pensare a voi, ai vostri problemi di corrente, alla maternity troppo piena e senza accessi sicuri, a tutto quello che manca. E quindi grazie a Chiara che mi aiuta! 
Poi Chiara mi ha "consegnato" una lunga sfilza di baci da un sacco di gente, soprattutto da qualcuno dello staff (e questo mi ha fatto molto piacere) e dai Buoni Figli. 
Seconda lezione: è stato sufficiente trascorerre una minima parte del tempo con Meme, con John, con Mururu, con Kimani o dedicare loro un minimo di attenzione per entrare nei loro cuori. Mi vergogno di non esserci riuscita prima. 
Questo me lo ha insegnato soprattutto Lorena. 
Ed infine la parte più toccante per me: uno dei motivi per i quail Chiara mi ha chiamato, e questo dimostra la sua grande sensibilità, è stato per raccontarmi della morte di Ken, il ragazzino amputato. 
Voleva che sapessi che non era solo, che lei ha fatto di tutto fino all'ultimo per alleviargli il dolore. Gli ha anche dato l'ossigeno. 
E so che Beppe storcera’ (giustamente) il naso perchè ce n'è poco, anzi, quasi nulla, e darlo a lui inutilmente quasi sicuramente vorrà dire che mancherà per qualcun altro. Ma per nostra fortuna noi non abbiamo sulle spalle tutta la enorme mole di responsabilità che ha Beppe, e dunque possiamo "permetterci" di cedere alla pietà a scapito della ragione, e cercare di accompagnare un ragazzino nel modo più indolore possibile anche per Chaaria. Ma soprattutto mi ha raccontato la scena in un modo tale che mi è sembrato di esserci: Ken non da solo come avevo temuto (ricorderò sempre la morte di un bambino lo scorso anno, lui solo in mezzo a tutti letti di adulti, senza un parente…), ma con suo papà, che io avevo conosciuto quando avevo dovuto fargli dire che non c'era speranza, e che mi era sembrata una bellissima persona. 
E poi Julius, l'altro ragazzo amputato, che saltellando di letto in letto è arrivato fino da lui per mettersi nel suo letto e stringergli la mano, e dall'altra parte un ragazzo con il femore rotto che faceva lo stesso, e loro due che accompaganvano Ken con tanto amore. 
Inutile dirti che mi è venuto un groppo dentro, ma ho davvero avuto l'impressione di toccare questo amore. 
Un ultimo pensiero: sono stufa di tutti noi che continuiamo a dire che il volontariato ci dà più di quanto diamo noi Sarò contenta il giorno in cui riuscirò io a dare di più, perchè mi sembra che quello che loro si meritano sia immenso.

Marialuisa 


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