Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


giovedì 4 aprile 2013

African time


Ad un occhio superficiale puo’ sembrare che la concezione del tempo sia universale: e’ infatti composto di secondi, minuti, ore, giorni, ecc, ecc.
Stando in Afrca da un certo numero di anni, inizio pero’ a rendermi conto che il concetto di tempo e’ fortemente influenzato da fattori culturali che e’ opportuno conoscere per evitare interpretazioni poco benevole e forse anche razziste del comportamento altrui.
Gia’ in Europa ci rendiamo conto che la visione del tempo e’ molto diversa da Paese a Paese.
Mi e’ capitato spesso che un volontario polacco mi dica: “l’appuntamento e’ alle 8 della Polonia o alle 8 italiane?” ... con questo non parlava certo di fuso orario, ma della nostra interpretazione della puntualita’, che ha certamente una accezione diversa rispetto a quella dell’Europa Settentrionale (pensiamo al quarto d’ora accademico che spesso diventa di 25 minuti, e ad altri ritardi considerati normali).
L’interpretazione del tempo ed il giudizio sul comportamento altrui e’ spesso legato anche a sottili forme di razzismo, come gia’ accennato piu’ sopra. Ho sentito Italiani del Nord parlare della “sindrome del parallelo” che inizierebbe a manifestarsi da Napoli verso Sud e che sarebbe quindi molto prominente in africa a motivo della Latitudine: tale sindrome sarebbe caratterizzata da lentezza, pigrizia e cattivo uso del tempo.





Un modo piu’ sottile di esprimere lo stesso concetto l’ho sentito alla radio pochi mesi fa, quando un operaio olandese, intervistato sull’Unione Europea, ha detto candidamente che lui non ha problemi ad una unione con Germania, Belgio o Francia, dove la gente lavora tutto il giorno e non perde tempo, ma ha grosse difficolta’ a pagare tasse per salvare l’economia di Grecia, Italia o Spagna, dove la gente perde ore produttive in lunghe sieste pomeridiane invece di lavorare.
Per quanto riguarda la mia esperienza a Chaaria devo ammettere che e’ frequente sentire Italiani che parlano del “pole pole” (piano piano) africano con una vena di disapprovazione; lo stesso va detto circa l’altro importante concetto africano espresso nel detto: “no hurry in Africa”, che a me sembra assolutamente saggio, ma che molti disprezzano ed assimilano ad una forma di pigrizia.
Certamente il tempo nella cultura bantu ha una accezione diversa dalla nostra. Per esempio qui si da’ molta importanza al presente che si vive ed al passato che ti ha costruito, ma non si da’ la stessa importanza al futuro.
Nella grammatica Kimeru per esempio ci sono almeno tre tempi per il passato: quello di stamattina, quello di ieri, e quello del passato remoto. Ci sono almeno due tempi per il presente, mentre per il futuro c’e’ un tempo solo che equivale al nostro futuro prossimo.
Questo implica anche che sovente la gente non fa grossi piani per il futuro: vive il presente con semplicita’ senza preoccuparsi troppo di pianificazioni a lungo termine.
E’ esperienza comune per l’amministratore del nostro ospedale dover dare anticipi sullo stipendio perche’ le persone non hanno previsto un fondo per le emergenze che nella vita possono sempre capitare.
Ma non possiamo e non dobbiamo giudicarli. Siamo semplicemente diversi.
Si dice che un Masai, se messo in prigione con una pena di pochi mesi, rischia di morire di crepacuore, perche’ per lui non e’ molto chiaro che cosa sia un futuro lontano. Lui sa solo che la sua liberta’ e’ persa.
Il termine “pole pole” nasce poi da un proverbio kiswahili che suona: “haraka haraka haina baraka. Pole pole, ndiyo mwendo”; la traduzione di questo adagio dice sommariamente: la fretta non porta benedizioni; il far le cose pian piano porta a miglioramento e sviluppo. E non e’ questo un concetto presente anche nella nostra cultura, quando diciamo che la fretta e’ una cattiva consigliera? Pure in Italia, almeno quando ero piccolo io, si raccontavano fiabe in cui la tartaruga competeva nella corsa con la lepre... e guarda caso vinceva la tartaruga.

Parliamo adesso della puntualita’.
E’ vero che i popoli africani sono poco puntuali.
Se si dice che la Messa inizia alle 10 in parrocchia, magari in pratica incomincera’ verso le 11.30. Lo stesso dicasi per riunioni, eventi, od orario di partenza di un autobus.
Se una persona ti dice che l’appuntamento e’ alle due del pomeriggio, potrebbe anche succedere che si presentera’ alle quattro.
Pensate che in Kimeru “tainyanya” significa  le due del pomeriggio, ma puo’ anche significare pomeriggio in genere. Quindi, se uno ti dice che verra’ “tainyanya” il piu’ delle volte vorra’ dirti “nel pomeriggio”, e quindi sara’ sorpreso se gli dirai che e’ in ritardo, perche’ lui non intendeva esattamente le due.
La cosa e’ molto ben comprensibile pensando al fatto che fino a pochi anni fa non c’erano orologi e la gente si regolava per l’orario semplicemente sulla luce solare. I vecchi missionari mi dicevano per esempio che quando il cielo e’ molto cupo, la gente arriva sempre in ritardo perche’ non sa stimare l’ora.
Il “pole pole” africano, che molti Europei disprezzano, ha pero’ secondo me molti aspetti positivi. Quando penso alla mia gente qui in Africa mi viene sempre da paragonarli a dei potenti motori a diesel: girano pian piano, hanno poca ripresa; ma sono resistenti e potenti, e non si fermano mai. Pensate a quei pazienti che camminano otto ore per venire in ospedale; oppure considerate che il nostro orario di lavoro al Cottolengo Mission Hospital e’ di nove ore al giorno, e molti dei nostri dipendenti camminano un’ora per venire a lavorare ed un’altra ora per tornare a casa. Eppure vanno sempre avanti, lentamente se vogliamo, ma in modo costante.
A volte, dopo molti anni d’Africa, io faccio molta fatica a capire la frenesia dell’Europa. Tutti mi dicono che i ritmi la’ sono molto diversi dai nostri a Chaaria; che quando torni in Italia i ritmi della societa’ moderna ti mangiano e non c’e’ piu’ tempo neppure per scrivere una mail. Poi pero’ faccio domande piu’ specifiche, e mi rendo conto che molti dei volontari lavorano sei ore al giorno e magari a lavorare ci vanno con la macchina.
Non lo so e non voglio giudicare cio’ che non conosco a fondo, ma l’impressione e’ che la fretta europea non sia affatto piu’ produttiva della lentezza costante della nostra gente.
Altre cose che comunque un volontario dovrebbe conoscere e’ la difficolta’ della nostra gente ad essere fedele agli appuntamenti: magari dai un appuntamento per un’operazione, ed il cliente non viene nel giorno in cui lo attendevi. Si presenta poi due o tre settimane piu’ tardi, quando magari il chirurgo italiano gia’ se n’e’ andato.
Se chiedi la ragione del ritardo, qualcuno non te la sa spiegare; altri dicono che aspettavano di avere abbastanza soldi per l’intervento, ed altri ancora accusano le condizioni atmosferiche (per esempio strade impraticabili per le piogge).
La cosa piu’ importante secondo me e’ arrivare ad un reciproco rispetto. Siamo diversi. La nostra concezione del tempo e’ differente. L’importante e’ comprendersi vicendevolmente, senza giudicarci e seza assumeme a priori il nostro modello culturale come il migliore.

Fr Beppe Gaido


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