venerdì 26 aprile 2013

D'ora in avanti starò alla larga dal fuoco


Mi chiamo Polly, ed ho appena 6 mesi. Dormivo tranquillamente nel letto della mamma che nel frattempo era andata al fiume a raccogliere l’acqua. La mamma aveva gia’ preparato il cibo per la cena, e lo aveva posto sul tavolo vicino al mio giaciglio. Il papa’ era fuori sin dal mattino presto, in cerca di lavoro a giornata.
Sono rimasta sola con il mio fratellino piu’ grande, che ha rifiutato di seguire nostra madre al torrente. Infatti lui aveva un piano preciso: voleva rubare un chapati caldo e fumante prima dell’arrivo della mamma. La nostra casupola non ha finestre, e la lampada a petrolio gia’ ardeva sul tavolo, dandoci una luminosita’ soffusa ed ondulante che mi cullava dolcemente.
Pierino la peste, cioe’ mio fratello, ad un certo punto, e’ salito su uno sgabello per arrivare al piatto dei chapati. Purtroppo pero’, le termiti avevano indebolito molto il legno con cui era stato costruito, ed una delle tre gambe ha ceduto. Lui ha tentato di evitare la caduta aggrappandolsi alla tovaglia, ma inutilmente. 


 

Quello che ha ottenuto e’ stato un bel ruzzolone per terra, ed insieme un vero disastro: il piatto con i chapati rotto sul pavimento di terra battuta, e la lampada a petrolio rovesciata sul lettone. La paraffina liquida si e’ versata ed ha impregnato le coperte, dando cosi’ la possibilita’ alle fiamme di dilagare rapidamente. Io mi sono svegliata, ma alla mia eta’ non riuscivo a scappare. Pierino la peste gridava, ma girava a vuoto: non faceva assolutamente nulla di utile per aiutarmi. Piangeva e se la faceva sotto... se almeno fosse corso a chiamare la mamma! Invece niente. Faceva casino e basta. Anche io strillavo a piu’ non posso.
Fortunatamente il fiume non e’ lontano e la mia mamma ci ha sentiti. E’ quindi corsa come una gazzella, ed e’ riuscita a tirarmi fuori dalle fiamme prima che fosse troppo tardi. Mi ha deposto sotto una pianta del cortile. Io non capivo perche’ mi aveva di nuovo abbandonata: avevo un dolore terribile alla faccia e al braccio. Avevo bisogno di coccole, ed invece lei se ne va... che sia impazzita anche lei, come mio fratello?
Invece poi la vedo tornare con un grande contenitore di plastica sulla schiena. Grida forte e chiede aiuto. Poi entra in casa e versa tutta quell’acqua sul letto: meno male! Ora si vede solo fumo. Non ci sono piu’ fiamme. Pierino la peste intanto e’ riapparso. Si sente evidentemente in colpa, e ha paura di prendersele. La mamma pero’ non sa cosa sia successo ed io non sono ancora capace di parlare, per cui lui e’ in una botte di ferro. Sono io ad avere un male cane. Mi sembra di essere ancora nel fuoco e continuo a piangere. La mamma mi prende sulla schiena e mi copre con un foulard. Poi si mette a correre. La sento dire che va a Chaaria all’ospedale.... Chaaria? Mi sembra di aver gia’ sentito quel nome! Ah, adesso ricordo: e’ quel posto terribile dove sono nata: ricordo le facce preoccupate che mi guardavano appena dopo il parto; ripenso al dolorosissimo taglio del cordone ombelicale; e poi quelle pacche sulla schiena per farmi piangere; quel tubo attaccato ad un aspiratore nelle mie narici; le gocce di collirio negli occhi, la puntura nel sederino.
Sono proprio fregata. Se mi ricoverano in quel posto, saranno di nuovo iniezioni da tutte le parti: nelle vene, nel fondoschiena. Io piangero’, ma so che la mia mamma sara’ complice di quei disgraziati con il camice bianco che si divertono a far strillare i bimbi.
La mamma e’ partita senza soldi, ma dice che, se ha la fortuna di vedere il DAGITARI MZUNGU, non sara’ mandata via, e sara’ ricoverata lo stesso.
So che avremo problemi a pagare le medicine, perche’ mio papa’ torna sempre alla sera dicendo: “oggi nessuno mi ha preso a lavorare a giornata!”. Comunque adesso l’unica cosa a cui pensare e’ cercare di fermare questo dolore urente che mi tormenta.


Polly (da ora nemica dichiarata del fuoco e dell’acqua calda)

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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