Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


lunedì 22 aprile 2013

Il Tharaka è nostro



E’ fuori dubbio che io non sia imparziale.
Pur servendo ed accettando tutti in ospedale, i miei malati preferiti sono comunque quelli del Tharaka.
E’ vero che sono schierato! Lo ammetto senza problemi.
Emotivamente schierato con chi e’ povero e svantaggiato.
Il Tharaka e’ molto esteso, arido e povero.
La maggior parte delle abitazioni e’ ancora di fango e paglia. Non c’e’ asfalto e le strade fanno a dir poco spavento. Gran parte del Tharaka non ha elettricita’.
Non parliamo poi di acqua potabile: quasi tutti vanno al fiume ad attingere acqua e fanno chilometri per raggiungere il torrente.
In alcune aree, come per esempio Mukothima, una ONG ha costruito dei pozzi a cui ha collegato delle pompe di cui la gente si serve per raccogliere l’acqua di uso domestico.
Grandi missionari, come per esempio Padre Felice Garau della Consolata, hanno costruito acquedotti, ma l’acqua rimane un miraggio per la maggior parte della popolazione.
Per non parlare della sanita’. 


 


Pochi dispensari ed “health centres”, tutti sprovvisti di sala operatoria; un ospedale distrettuale in cui non si fanno operazioni perche’ la sala operatoria non e’ finita.
In Tharaka il Cottolengo ha due “health centres”, rispettivamente a Gatunga e Mukothima, e con essi collaboriamo molto intensamente. Le suore che vi operano ci riferiscono tutte le maternita’ complicate che necessitano di taglio cesareo o di altre procedure chirurgiche.
Ma le strutture cottolenghine non sono le sole che ci hanno scelti come ospedale di riferimento!
Riceviamo donne gravide con problemi da tantissime altre strutture, sia governative che missionarie.
E’ normale per noi avere pazienti da villaggi sperdutissimi e lontani, villagi dai nomi esotici come Kathangacini, Thangatha, Kauthene, Kibonga, Turima Tweru, Nkondi, Marimanti, Karimbani, Kiamuri, Risana, Tunyai, ecc.
Le distanze e le strade impossibili fanno si’ che il Tharaka abbia purtroppo anche il primato dei nostri casi complicati e difficili: stanotte per esempio siamo stati chiamati alle 3 per una donna che aveva una rottura d’utero. Siamo comunque riusciti fortunatamente a salvare bimbo e madre. Dopo la grande sudata in sala, ho semplicemente chiesto alla donna: “avevi tre pregressi tagli cesarei; perche’ hai deciso di travagliare a casa fino a incappare in una complicazione che poteva essere mortale per te e per tuo figlio?”
La sua risposta e’ stata candida e disarmante: “sapevo che avevo bisogno del cesareo, ma al dispensario del villaggio hanno fatto i calcoli senza fare un’eco, e mi hanno detto che avrei dovuto andare in ospedale per l’operazione dopo il 27 aprile. Purtroppo ieri sera sono iniziate le doglie. Non siamo riusciti a trovare un “matatu” che ci portasse a Chaaria prima di quest’ora”.
La donna veniva da Kathangachini, a 70 chilometri di sterrato da Chaaria, e sarebbe arrivata anche piu’ tardi se non fosse che stanotte non ha piovuto.
Anche oggi ho gia’ fatto un altro cesareo per una donna riferitaci dal dispensario di Thangatha (80 chilometri di sterrato da Chaaria), e, mentre scrivo, Makena sta preparando la sala per una gravidanza ectopica che viene da Marimanti.
Le pazienti che ci preferiscono sono le partorienti del Tharaka: credo che costituiscano il 50% delle nostre ricoverate nel reparto maternita’. Molti sono pero’ anche i pazient medici e chirurgici.


Vi voglio ora raccontare un episodio che mi e’ successo poco tempo fa. Tornavo in pulman da Marimanti verso Chaaria. Una corriera stipatissima e polverosa in cui regnava un indefinito tanfo di sudore ed umanita’: un centinaio tra passeggeri e galline, oltre ad una infinita’ di scatoloni sulla bagagliera. C’erano pure uomini che viaggiavano in piedi sul parafango posteriore, mentre alcuni erano seduti sul tettuccio del veicolo. Io ero naturalmente l’unico “bianco” ad aver scelto quel mezzo pubblico.
Ci e’ voluta una vita prima che fosse pieno e che si avviasse boffonchiando per quelle strade polverose.
Quando finalmente abbiamo iniziato il viaggio, non abbiamo fatto piu’ di tre o quattro chilometri prima di essere fermati da un drappello di donne.
Ho sentito il conducente che arguiva con loro e non voleva farle salire.
Le donne accompagnavano infatti una giovane in travaglio, ed evidentemente l’autista aveva paura che partorisse sul pulman;diceva loro con forza di andare a Marimanti che era molto vicino, ma le donne insistevano: “il nostro ospedale e’ Chaaria”.
Alla fine il conducente si e’ arreso, ed in qualche modo abbiamo fatto spazio per le nuove passeggere: infine, tutti siamo arrivati a Chaaria, stipati come sardine in scatola... e per fortuna la giovane mamma non ha partorito sul mezzo pubblico.
Era riuscita ad arrivare “al suo ospedale”, e noi ora avevamo il compito di trattarla con grande rispetto e devozione, sapendo quali sacrifici ha dovuto fare per raggiungerci.

Fr Beppe

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