Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

venerdì 31 maggio 2013

Guardare al passato con riconoscenza

Il tempo passa veloce e sono ormai parecchi anni da quando per la prima volta ho iniziato il mio servizio a Chaaria: era il 1° marzo 1998, ed io giungevo al “Cottolengo Centre” colmo di paure e di insicurezze. 
Per 6 mesi ero rimasto in Tanzania, senza mai vedere un paziente, perché il mio compito era quello di studiare la lingua. Mi angosciavano le malattie tropicali, studiate così tanto sui libri a Londra, ma mai realmente affrontate sul campo. Mi spaventava anche la lingua: mi ero impegnato molto per il kiswahili, per poi rendermi conto che la gente illetterata parlava solo il kimeru, per me totalmente sconosciuto.
Iniziai il mio servizio in punta di piedi, quasi per non disturbare:
accettai di buon grado la proposta di Fr Maurizio di lavorare in laboratorio analisi, e di essere disponibile alle chiamate per casi urgenti. Il laboratorio mi affascinava, perché a Londra avevo studiato tanta parassitologia ed ora per la prima volta potevo mettere a frutto le cose imparate nel corso di “Master” londinese. Furono mesi in cui il laboratorio crebbe: iniziammo test nuovi e perfezionammo quelli già in atto. Nel frattempo i pazienti gravi aumentarono. 





Il “tam tam” funziona più velocemente di internet, e così i malati arrivarono a frotte, sempre più complicati e malconci: ricordo il disagio da me provato all’inizio perché Fr Maurizio mi diceva di visitare i pazienti mentre stavano seduti su una sedia. Io veramente non ci riuscivo, e fu un grande giorno quando vidi la prima barella su cui ebbi la possibilità di visitare una persona. 
Era un giorno piovoso dell’aprile 1998 quando ricevemmo una mamma che aveva appena partorito a casa e poi era caduta in coma profondo: io feci l’esame della malaria che risultò positivo ad alta densità. Era un caso di malaria cerebrale. La mamma era sporca di fango e
sanguinava a causa di una lacerazione post partum. Decidemmo di lavarla, e di riparare la lacerazione che sanguinava molto.
Battezzammo il bambino e lo chiamammo Pasqualino, essendo il Venerdì Santo. Poi la paura mi ritornò, ed insieme a Fr Maurizio decidemmo di portare la paziente all’ospedale di Nkubu: noi non avevamo posti letto ed io mi sentivo totalmente inadeguato.
Prendemmo la macchina, ma il Signore aveva un altro disegno: appena fuori Chaaria ci impantanammo nel fango, l’auto affondò in un rigagnolo laterale e non ci fu alcuna possibilità di proseguire.
Chiedemmo l’aiuto della gente: vennero in molti con le “panghe”, i badili e le zappe; portarono pietre e spinsero la macchina che faticosamente venne fuori dal fosso con la frizione che puzzava di bruciato. Ritornammo a Chaaria e decidemmo che bisognava provare a fare qualcosa. Mettemmo il chinino in vena, e con sorpresa di tutti, la mamma venne fuori dal coma in meno di 48 ore. 
L’avevamo messa su una branda in corridoio, dove precedentemente c’era una stufa a legna.
La mamma si riprese e tornò a casa con il suo Pasqualino… l’abbiamo vista dopo due anni, ed era in gran forma insieme al suo piccolino.
L’esperienza ci galvanizzò e pensammo che avremmo potuto anche ricoverare alcuni casi selezionati. La seconda paziente ricoverata si chiamava Monica: aveva un tumore del cuoio capelluto e, a causa della radioterapia, ora aveva un enorme cratere da medicare tutti i giorni.
Monica rimase con noi per alcuni mesi finchè il Signore la chiamò a sé.
La terza paziente era una giovane maestra di Chaaria: si chiamava Florence.
Venne da noi con chiari segni di AIDS: era magrissima, aveva diarrea continua e non poteva mangiare a causa del mughetto che le occupava tutto il cavo orale. Per molto tempo le offrimmo terapia ospedaliera diurna: andavamo a prenderla al mattino nella sua capanna di paglia e legno, dove la trovavamo tutta sporca di diarrea; la pulivamo e poi la portavamo in dispensario dove iniziavamo le flebo e le altre terapie endovenose. Alla sera la riportavamo a casa. 
Quando Florence fu totalmente incapace di camminare (non avevamo farmaci antiretrovirali) ci chiese di essere trasferita in un ospedale più grande, perché a lei sembrava di essere troppo grave per un piccolo dispensario come il nostro. La accontentammo a malincuore perché sapevamo benissimo che là non sarebbe migliorata. 
Fu Maurizio a portarla: arrivato in ospedale gli fu detto che avrebbe dovuto portare lui stesso la malata a letto in quanto era sieropositiva. Maurizio dovette anche comprare una coperta e dei guanti per gli infermieri.
Due giorni dopo fu ancora Maurizio ad andare a trovarla. Con sua sorpresa il letto era vuoto: chiese con apprensione alle infermiere (riunite attorno ad un tavolo a chiacchierare) dove fosse la paziente: la risposta fu stupefacente: ”Non lo sappiamo. Forse è in cortile che passeggia”. Maurizio rispose che la paziente non camminava da settimane, ma le infermiere continuarono i loro discorsi senza scomodarsi oltre. Maurizio si avvicinò al letto e lì si rese conto della terribile realtà: Florence era per terra, rigida e fredda. Era caduta dal letto tentando di prendersi il piatto del cibo che era stato deposto sul pavimento dagli inservienti. Era morta e nessuno se ne era accorto. Da quel momento decidemmo che i pazienti con AIDS sarebbero stati ricoverati nel nostro piccolo dispensario, che comunque sarebbe stato sempre meglio di quello che era capitato a Florence.
Quanti volti mi passano davanti se penso ai malati di AIDS, che ricoveravamo quando in stato terminale, ed accompagnavamo fino al momento della morte.
Il nostro dramma era la totale assenza di farmaci antiretrovirali, per cui davvero non avevamo nessuna terapia al di fuori di quella di Madre Teresa di Calcutta: l’amore e la dedizione.
Fra tutti, con un tonfo al cuore, ricordo Stella, la bimba orfana di 8 anni, che mi adottò come papà. Non so ancora come mai sia avvenuto. La ricoverai per la prima volta nel 1999, quando ancora gli unici letti erano in corridoio. Era un ricovero normale, dovuto ad alta densità di malaria e ad anemia grave. 
Dopo alcuni giorni cominciò ad accettare la flebo o l’incannulamento della vena solo da me. Poi cominciò a chiamarmi: “BABA”, che in kiswahili significa per l’appunto papà. La cosa mi colmò di tenerezza. Il nostro amore crebbe di giorno in giorno, e ci vedevamo spesso, anche quando Stella non era malata.
Passava lunghi mesi con noi al Cottolengo, ed in tali periodi conobbe tanti di voi. Ebbe la possibilità di vedere il parco del Samburu con i suoi animali (ricordo che pianse quando una scimmia le rubò il panino); la portammo all’aeroporto di Nairobi e con stupore ammirò la grandezza degli aerei. 
Però non avevamo farmaci, e la malattia continuava, anche se l’apparenza era sempre quella di una bambina stupenda con i caratteri somatici della razza somala. Un giorno (era
marzo 2004) venne portata d’urgenza nel nostro ospedale; io stavo facendo un cesareo che poi si complicò e durò più del previsto. Stella aveva bisogno di trasfusione. Il sangue c’era, ma lei rifiutava di farsi prendere la vena. Voleva BABA. Purtroppo io arrivai tardi, dopo il cesareo. Stella se ne era andata per sempre, e a me rimaneva la grande angoscia di non averla più vista, e di non averle risposto quando mi chiamava PAPA’.
Vennero poi due epidemie di colera a cavallo tra il 1998 ed il 1999. I pazienti arrivavano gravissimi, con diarree profuse ed estrema disidratazione. Qualcuno moriva per strada. Non eravamo attrezzati per ricoverare tali casi; c’era invece uno stanzone a 4 km da noi, che doveva fungere da pronto soccorso aperto 24 ore su 24.
La prima volta ci andai con un ragazzo giovane. Trovai un ambiente desolante che puzzava di formalina. Nessuno vi era ricoverato. Cercai invano l’infermiera che era andata a casa. Aspettai per quasi un’ora, finche qualcuno andò a chiamarla. Lei venne, e si dimostrò molto
irritatata perché era sera. Mettemmo il ragazzo su un materasso rivestito di plastica, perché nessun lenzuolo era disponibile.
Cercammo una vena al lume della lampada a petrolio che io tenevo in modo che l’infermiera vedesse qualcosa. Naturalmente non c’erano aghi “butterfly” o cannule di plastica. L’infermiera incannulava le vene con dei comuni aghi da iniezione intramuscolare.
L’indomani ritornai con la macchina piena di 4 pazienti, e gli infermieri della struttura furono molto arrabbiati perché i malati erano troppo gravi e loro non avevano neppure l’apparecchio per provare la pressione arteriosa.
Il terzo giorno ancora vi ritornai con un ragazzo gravissimo, confuso a causa della disidratazione, e lo lasciai là insieme alla sua mamma che voleva passargli la notte.
L’indomani verso le 4 del pomeriggio, la mamma venne nel nostro dispensario… aveva camminato per 4 km, e ci disse di andare in fretta con la macchina a prendere suo figlio che era stato dimesso su sua richiesta, perchè non si comportava bene (infatti si toglieva le
cannule dalle vene, essendo confuso). Partimmo in fretta, ma trovammo il ragazzo morto dietro ad un cespuglio dove la mamma lo aveva lasciato perché incapace di camminare. 
La madre pensava di aver aiutato suo figlio, firmando la cartella e chiedendo che venisse trasferito da noi, ed invece fu un disastro. Anche questa volta ci parve di capire che il Signore ci chiedeva qualcosa di diverso: nella stanza dove facevamo le vaccinazioni apprestammo 4 letti; altri li preparammo in corridoio in modo da arrivare a 10-12.
Moltissimi furono i casi da noi ricoverati durante l’epidemia, e solo 1 ragazzo morì.
Ci fu poi la sofferta decisione di iniziare a trasfondere i bambini anemizzati dalla malaria. Era una vera moria. Arrivavano con delle congiuntive bianche come un foglio di carta, ansimanti e agonici.
Tutto quello che potevamo fare era dire loro di andare nell' ospedale più grande, perché noi non eravamo attrezzati per le trasfusioni.
Spesso però venivamo a sapere che i bambini erano morti per strada prima di arrivare, oppure non erano potuti entrare in ospedale a causa della mancanza di soldi.
Un giorno decidemmo di portare una bambina gravissima con la macchina.
Fr Lorenzo guidava ed era disponibile a donare. Con lui c’era l’infermiera Beatrix, che voleva donare in caso il sangue di Lorenzo fosse risultato incompatibile. Partirono a tutta velocità ed arrivarono all’ospedale alle 18.10. La bambina fu ricoverata, ma per la trasfusione bisognava tornare l’indomani perché il laboratorio era chiuso. Al mattino seguente Lorenzo lasciò Chaaria molto presto, ma quando giunse vide la mamma nel cortile dell’ospedale: la bambina era morta.
Anche qui cercammo di capire che cosa il Signore ci stesse chiedendo.
Con L’interessamento di fr Maurizio, fui accolto nell’ospedale camilliano di Karungu (a 800 km da noi). In 10 giorni imparai le tecniche di gruppo sanguigno e prove crociate, ritornai a Chaaria ed iniziammo la stupenda avventura delle trasfusioni: da quel momento si videro veri miracoli. Bambini moribondi rinascere dopo poche ore grazie al sangue che ritornava a fluire nelle loro vene; bimbi entrati agonizzanti che mangiavano voracemente dopo poco più di 4-5 ore.
E che dire del primo raschiamento uterino? Maurizio mi chiamò alle 11 di sera per una ragazza con un aborto incompleto. Il sangue era tantissimo. I parenti mi guardavano con occhi imploranti, ma io non sapevo fare un raschiamento. Non avevo mai visto.
Con sofferenza decisi di dire ai parenti di andare ad un ospedale dove ci fossero dei buoni ginecologi. Tutti uscirono ed io andai a letto, non senza un peso sul cuore. 
Dopo tre giorni decisi di chiedere informazioni (la paziente era infatti di Chaaria): la notizia fu per me un vero shock. Quella bellissima ragazza era morta di anemia, perché i parenti non avevano soldi e dovevano aspettare il giorno di mercato per vendere una mucca al fine di poter pagare l’ammissione in ospedale. Immediatamente decisi che casi del genere non avrebbero più dovuto ripetersi. Fr Lodovico mi disse che gli strumenti ostetrici erano disponibili in magazzino. 
Io iniziai a studiare, ed il Signore davvero ha sempre aiutato, perché i raschiamenti sono sempre andati bene, anche prima che Carmen, la ginecologa del Sant’Anna, venisse a Chaaria e mi insegnasse la tecnica corretta.
Storia analoga fu quella dei parti. Non avevamo deciso di iniziare la maternità. A tutte le donne dicevamo che il nostro era un dispensario, e che non avevamo servizi ostetrici. 
Ma la donna africana ha una idea quasi onnipotennte del medico: il dottore, soprattutto se bianco, sa fare tutto!
E quindi non se ne andavano; stavano sedute al cancello e partorivano per terra. Noi poi dovevamo accorrere per il bambino e per assistere le mamme nel post partum. Decidemmo che questa situazione era insostenibile ed iniziammo l’avventura della maternità con tanta incoscienza. 
Io non sapevo nulla, ma mi affidavo all’esperienza delle infermiere, soprattutto di Beatrix, che è colei che davvero mi ha insegnato quasi tutto in questo campo.
Ma la maternità complicata fu il nostro incubo per tanti anni. Quando il travaglio non progrediva, o ci accorgevamo che c’erano controindicazioni assolute al parto naturale, dovevamo partire alla volta di un ospedale più grande, per portare la mamma in sala operatoria. 
Spesso le complicazioni avvenivano nelle ore notturne, e solo Dio sa quante volte Fr Lorenzo doveva rischiare la propria vita uscendo di notte, per una strada accidentata nella stagione secca e terribilmente scivolosa nella stagione delle piogge. 
Solo Dio sa
quante volte la macchina è andata fuori strada, o si è rotta di notte  obbligandoci a dormire nell’auto o a tornare a piedi camminando per vari km. quante volte poi abbiamo rischiato di essere attaccati da ladri e malfattori.
Ma il vero problema era lo staff degli altri ospedali: spesso scortesi, ci madavano fuori a comprare il necessario per l’operazione (guanti, fili, cotone, coperte, rasoi, ecc). Quasi sempre ci dicevano che avevamo seguito malamente il travaglio e che il bambino sarebbe morto al cesareo a causa del grave ritardo con cui avevamo portato la mamma per l’operazione. 
A nulla serviva dire loro che il ritardo o le cattive condizioni del feto erano dovute più al terribile viaggio in macchina che a nostri errori di management. 
Arrivarono addirittura ad augurare la chiusura di Chaaria. Dicevano che non avevamo le capacità e le conoscenze per gestire una maternità. Dicevano che erano di più i pazienti che facevamo morire, di quelli che in qualche modo aiutavamo.
Ma Chaaria non è nostra. E’ della Divina Provvidenza, e quindi a nulla valsero tutti i tentativi di bloccare l’operato della nostra piccola Missione. Arrivarono quindi i dispetti: lasciarci fuori ad aspettare per un’ora prima di farci entrare. Chiederci di tenere una flebo finchè essi avrebbero trovato un posto letto per la paziente, e poi lasciarci lì per due ore.
La situazione era per noi psicologicamente molto difficile, ma poi la Provvidenza ci mandò Laura, che con coraggio decise di insegnarmi la tecnica del taglio cesareo. All’inizio ci fu tanta paura, ma poi prendemmo la mano ed ora siamo felicissimi di essere in grado di fornire anche questa prestazione alle mamme che vengono da noi fiduciose di essere aiutate anche in caso di complicazioni. E le donne semplici e povere della nostra zona hanno davvero apprezzato questi nostri sforzi, visto che ora abbiamo circa 6-7 parti al giorno, e spesso altrettanti cesarei.
Il pensiero va alle tante pietre miliari che si sono succedute in questi anni. Penso all’aumento costante dei posti letto; alla fiducia dei nostri superiori che hanno investito grandi capitali per noi ed hanno costruito i nuovi reparti che oggi ci consentono di dare a  pazienti una sistemazione dignitosa (è oggi più raro vedere 2 o 3 pazienti per letto);  non posso non citare la nuova sala operatoria.
Penso a tappe essenziali, come al giorno in cui il governo del Kenya ci ha dato i farmaci per la tubercolosi, o al giorno in cui è nato il gemellaggio con l’Amedeo di Savoia con la nuova possibilità di terapia antiretrovirale a basso prezzo... oggi fortunatamente la terapia antiretrovirale ci è data dal governo, ma per tanti anni non c'è stato nulla.
Torno con la mente al giorno in cui l’ecografia ha rivoluzionato il nostro modo di lavorare, permettendoci diagnosi più accurate soprattutto nel campo della maternità. 
Non posso dimenticare che cosa ha significato per molte persone paralizzate l’inizio dei servizi di fisioterapia da parte di Fr Lorenzo. E che dire poi del quotidiano servizio dentistico portato avanti da Fr Maurizio prima e da Mercy adesso. 
Penso al continuo incremento dell'attività chirurgica, o all'avvento della endoscopia digestiva.
Il mio pensiero va a tutti i volontari che sono venuti a Chaaria e mi hanno insegnato tante cose. Scorro i volti di tutti nella mia mente, ma non scrivo i loro nomi per paura di dimenticare qualcuno. Il Signore li conosce tutti e per ognuno di loro dal mio cuore nasce una preghiera.
Ho davanti a me tanti volti di ammalati, tanti bambini di cui non ricordo il nome. Penso al tonfo sordo di tutti quei corpicini che abbiamo seppellito in quella fossa profondissima al cimitero: quanti angioletti ora pregano per noi in Paradiso.

Grazie Signore per il cammino percorso fino ad oggi!

Fr Beppe



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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