Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


sabato 18 maggio 2013

La mia idea di medico

Ho sempre creduto che la professione medica sia soprattutto una chiamata, una vocazione.
Questa e’ una delle ragioni per cui ho scelto la vita religiosa prima ancora della professione medica.
Penso che il medico sia prima di tutto chiamato a lottare sempre per la vita. Questo e’ il concetto base del giuramento di Ippocrate, ma credo importante che ce lo ripetiamo quotidianamente per non dimenticarcelo.
Lottare per la vita e’ la nostra priorita’, e la nostra caratteristica principale come medici.
E’ vero che tante volte il nostro servizio alla salute ed alla vita incontra invece la morte, ed e’ altrettanto vero che talvolta la morte e’ piu’ potente di tutti i nostri sforzi; cionondimeno il nostro impegno e’ sempre quello di salvare, di far star meglio, di guarire.
Quante volte, anche recentemente, i miei sforzi hanno avuto come esito la morte del malato!
Quello che conta, e cio’ che rende il mio operato etico, e’ comunque il fatto che il mio tentativo e’ sempre stato quello di salvare la vita. Anche recentemente una lunga operazione fatta per salvare una persona accoltellata all’addome e’ risultata nella morte dell’operato poche ore dopo essere uscito dalla sala. Ma cio’ che mi rende moralmente tranquillo e’ il fatto che nell’intervento noi abbiamo tentato il tutto e per tutto per salvare quel paziente.





Quell’uomo e’ morto infatti per le pugnalate del facinoroso, e non a motivo dell’operazione fatta da noi.
Nella mia concezione etica, considerato il fatto che il malato non aveva soldi e non avrebbe potuto rivolgersi ad un altro ospedale, sarebbe stato immorale non fare nulla e lasciare che l’emorragia interna lo uccidesse senza un disperato tentativo di salvarlo. Sarebbe stato sbagliato astenersi per paura che qualcosa potesse andar male, semplicemente per coprirsi le spalle.
“Primum non nocere” dice ancora Ippocrate (460-335 a.C.). Anche questo e’ un principio ispiratore importantissimo per me. Se da una parte devo fare di tutto per salvare e conservare la vita del malato, dall’altra devo evitare azioni temerarie che possano inutilmente mettere a repentaglio la vita di qualcuno. Devo fare le cose che son capace di fare con perizia, e non cedere alla tentazione dell’imprudenza. Questo vale per esempio anche per interventi rischiosi e inutili su pazienti terminali, sui quali l’azione medica non ha alcun significato in termini di sopravvivenza e di qualita’ di vita.
Da questo punto di vista la medicina palliativa e’ una scelta piu’ etica rispetto ad un intervento gia’ ritenuto inutile ancor prima di iniziarlo. Il medico che serve infatti non fa mai alcunche’ per pura accademia, perche’ lo scopo della sua vita non e’ la scienza, ne’ tantomeno il “farsi vedere”, ma il malato che ha davanti.
Inoltre io penso al medico come ad un servitore dell’umanita’, e quindi penso alla sua vita come completamente donata, ventiquattr’ore al giorno. Ecco quindi che la dedizione ed il sacrificio sono certamente parte integrante del mio ideale di medicina.
Passo ora ad un aspetto forse controverso e spero di essere ben compreso a questo riguardo: mi riferisco all’aspetto economico e remunerativo dell’attivita’ medica.
Capisco che la mia condizione di religioso di per se’ mi pone in una situazione anomala perche’ e’ chiaro che io lavoro gratuitamente, ma e’ altrettanto vero che la Congregazione si prende cura di tutti i miei bisogni e delle mie necessita’ economiche.
Un medico onesto e’ buono e’ chiaro che abbia bisogno del suo onorario e di una giusta remunerazione.
Quello che pero’ a volte mi sconvolge e’ la totale trasformazione della professione medica in business. La cosa mi turba molto di piu’ nei Paesi in Via di Sviluppo, dove molta gente e’ povera e dove per lo piu’ la sanita’ e’ a pagamento.
Ho visto gente lasciata fuori dal cancello perche’ non aveva soldi; sono testimone oculare di gravissime ferite da panga non suturate per la stessa ragione. So di casi in cui un intervento chirurgico viene eseguito solo in strutture private ed a prezzi esorbitanti, tagliando di fatto fuori molti clienti meno abbienti.
Non so dove sia il giusto mezzo da questo punto di vista, ne’ voglio esprimere dei giudizi verso gli altri.
Ritengo comunque immorale lasciar morire una persona semplicemente perche’ non ha i soldi per pagarsi le cure... e mi ritengo fortunato di essere nella posizione di poter lavorare senza uno stipendo, perche’ questo mi autorizza anche ad accogliere quelli che comunque non mi potranno pagare.
Altrettanto sbagliata e’ secondo me la competizione feroce e sleale tra colleghi. Ippocrate insiste molto sulla solidarieta tra i membri della famiglia medica: quando pero’ il fine dell’operato del medico non e’ il paziente ma i soldi, e’ chiaro che il collega non e’ un tuo familiare, ma un tuo competitore che ti porta via clienti e potenziali fonti di reddito. Allora, se riesci a mettere in giro false accuse di incompetenza nei confronti dei tuoi colleghi, magari speri di poter avere piu’ cienti e piu’ soldi... ma questa e’ una realta’ che aborrisco con tutte le forze. I medici dovrebbero collaborare, consultarsi, aiutarsi, darsi dei consigli terapeutici, difendersi vicendevolmente, non parlare male gli uni degli altri.
E’ chiaro comunque che il giuramento di Ippocrate e’ ancora un’utopia.
Altra cosa che aborrisco nel medico e’ la presunzione.
Il medico deve essere in ospedale come il capofamiglia: deve essere “primus inter pares”; con umilta’ deve stabilire delle linee guida e dei protocolli, in modo da rendere autonomi gli infermieri ed i clinical officers. Deve correggere con paterno affetto e non con tracotanza e superiorita’. Deve instaurare rapporti positivi con il resto del personale, in modo che tutti facciano quello che dice, non per paura, ma per fargli piacere. Un medico presuntuoso e traconante forse otterra’ delle cose mentre lui e’ presente, ma, se gira l’angolo, tutti se ne fregheranno di quello che lui vuole e faranno il contrario. Se invece il dottore sa farsi rispettare con l’affetto, allora tutti vorranno seguire i suoi insegnamenti, per rispetto e per non farlo star male.
Certo il medico deve essere anche il formatore del gruppo. Deve studiare lui stesso continuamente per poter trasmettere allo staff conoscenze sempre aggiornate che possano garantire il piu’ alto standard possibile di servizio in ospedale.
Credo che il medico debba essere anche il trascinatore ed il modello per tutto il personale, e credo che questo lo debba fare soprattutto con l’esempio: il medico deve essere presente al letto dei malati, deve spendersi, deve donarsi, ed allora il suo esempio sara’ seguito da tutto. Le parole non trascinano... l’esempio della vita si’.

Fr Beppe


Nessun commento:

Guarda il video....