Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

sabato 1 febbraio 2014

Speriamo vada a finire diversamente

Oggi la vicenda più toccante è stata quella di Alexandra, una storia in parte simile a quella di Doreen, ma speriamo con una conclusione diversa.

L'abbiamo ricoverata alle due di questo pomeriggio con un fortissimo dolore addominale. Sembrava giovanissima ed impaurita: ed infatti aveva solo 16 anni. Siccome aveva anche perdite, le abbiamo fatto un test di gravidanza che è risultato positivo. L'ecografia dimostrava del liquido in cavità peritoneale, e la nostra prima ipotesi diagnostica è stata quella di gravidanza extrauterina.
Abbiamo quindi predisposto la sala ed abbiamo deciso di operarla in urgenza. 
In addome però non abbiamo reperito sangue, come avrebbe dovuto essere se si fosse trattato di gravidanza extra. Abbiamo invece trovato tantissimo pus. La situazione era generalmente disastrosa, con aderenze che interessavano tutto l'intestino. 



Anche utero ed annessi erano murati al bacino da aderenze e da materiale purulento. Abbiamo srotolato tutto l'intestino alla ricerca di una eventuale perforazione, ma non l'abbiamo trovata. Abbiamo fatto l'appendicectomia, anche se onestamente l'appendice ci sembrava più una vittima del pus in addome, piuttosto che la causa primitiva. L'utero e le tube erano invece in condizioni tremende. Dalla tuba di sinistra fuoriusciva pus in abbondanza. Siamo quindi arrivati alla conclusione che la poveretta avesse una peritonite purulenta diffusa secondaria ad aborto settico. 
Abbiamo lavato abbondantemente la cavità ed abbiamo richiuso l'addome. Abbiamo quindi ultimato il nostro intervento con una revisione della cavità uterina che ha confermato la presenza di prodotti di concepimento con segni di sepsi avanzata. 
Alexandra ora è in reparto e sembra tranquilla. Speriamo che ce la faccia, e non soccomba alla setticemia. 
Prima che Jesse la addormentasse avevo avuto occasione di parlare con lei. Ha dovuto lasciare la scuola e lavorare in una bettola come cameriera. La sua famiglia è molto lontana. Conoscendo il tipo di locali dove ha trovato il suo impegno, non mi stupisco più di tanto che Alexandra sia quasi stata ammazzata da una sepsi post-abortiva... ma ancora una volta mi vergogno un po' di essere un maschio, perchè immagino quanti uomini abbiano approfittato di lei prima di ridurla allo stato in cui l'ho trovata oggi, ed immagino anche che lei non abbia mai potuto dire di no per paura di perdere il posto di lavoro. 
Sono solo supposizioni, ma non riesco a togliermele dalla testa. 


Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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