Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


venerdì 21 marzo 2014

Il vaso che sempre sta per traboccare

Soprattutto a partire da novembre,  da quando cioè il Dr Ogembo ha lasciato il Chaaria Hospital, la nostra situazione è stata costantemente di emergenza.
Il problema principale è il fatto che finora non siamo riusciti a trovare un suo sostituto: abbiamo un medico che ci copre da lunedì a mercoledì (con frequenti assenze), ed un altro che ci copre venerdì e sabato (ma sarà disponibile solo fino alla fine di aprile). Stiamo continuando a cercare, ma per ora non vediamo risultati.
Entrambi i medici attualmente in servizio a Chaaria non fanno ecografie, cosa che invece Ogembo faceva regolarmente. Questo è uno dei tanti motivi per cui la mia situazione lavorativa è acutamente peggiorata da novembre in poi: infatti, il numero di ecografie che devo eseguire ogni giorno è all’incirca raddoppiato, considerando che per il passato eravamo in due a farle. 
Qualche volontario fa ecografie, ma spesso non è sicuro abbastanza da scrivere un referto per i pazienti esterni. I ginecologi italiani mi hanno onestamente aiutato molto da questo punto di vista, considerando che circa il 50% delle mie ecografie sono ostetriche e ginecologiche.



Naturalmente poi, soprattutto nei giorni in cui l’altro medico non c’è, il carico di pazienti ambulatoriali sulle mie spalle è davero notevole, anche se devo ammettere che i clinical officer sono bravissimi e fanno davvero tanto.
Altro elemento che in questi mesi ha contribuito a scompensare una situazione già precaria sono state le inaspettate dimissioni di Pasqualina, la nostra anestesista: era stato durissimo trovarla, e, dopo appena un anno, ci ha lasciati per motivi legati ad una scelta di vita religiosa. Anche per l’anestesista la nostra ricerca è per ora sterile.
Come per il passato, ora abbiamo nuovamente solo Jesse, che – per carità – è bravissimo, ma comunque è uno solo: ieri per esempio è stata una giornata tremenda, con sei cesarei urgenti, tutti capitati mentre in sala era in corso un lungo intervento chirurgico da parte dei volontari italiani. 
Questo significa che, con il limitatissimo staff della sala operatoria diviso in due, io ho fatto sei cesarei senza anestesista.  Ho proceduto alla spinale io stesso prima di eseguire l’intervento, ed ho avuto a disposizione una volontaria per seguire i parametri clinici delle pazienti sotto anestesia.
Inoltre, la partenza di Pasqualina ha voluto dire anche week end nuovamente senza Jesse, per cui le liste operatorie del sabato mi vedono come unico anestesista, così come le urgenze della notte e della domenica.
Siamo scompensati pure in farmacia, dove è andato via il farmacista responsabile: in questo momento stiamo cercando di tamponare con il personale disponibile, e soprattutto con la supervisione di Fr Giancarlo per gli ordini del materiale. Non sarà immediato trovare un nuovo farmacista!
In una situazione così estrema è chiaro che basta un nulla per arrivare a situazioni di tracollo: ieri per esempio, non avevamo il secondo medico, per cui l’ambulatorio traboccava di pazienti anche per il sottoscritto; c’erano interventi lunghissimi che hanno tenuto occupato Jesse per tutta la giornata, impedendogli di aiutarmi a fare i cesarei; Jesse e tutto il personale della sala ha dovuto fare straordinari fino alle 22.
Tenuto conto di queste premesse uno o più specialisti dal’Italia in questo momento storico costituiscono sia una benedizione per i pazienti che un elemento di potenziale sbilanciamento delle condizioni lavorative di Chaaria: è una benedizione avere chirurghi esperti che lavorano in sala per 12-14 ore al giorno, facendo interventi mega che noi non saremmo in grado di eseguire e che in altre strutture sarebbero al di fuori delle possibilità economiche della maggior parte dei nostri malati.
Allo stesso tempo per il personale della sala e della sterilizzazione questa situaziodne aggiunge una pressione lavorativa notevole, soprattutto quando ci si deve dividere su due reparti operatori e quando si deve anche aiutare per la traduzione nella visita dei pazienti ambulatoriali.
C’è da considerare che lo stesso personale che aiuta per l’intervento e va a tradurre in ambulatorio, è anche quello che deve pulire la sala tra un’operazione e l’altra.
Naturalmente continuiamo a desiderare e ad incoraggiare le “missioni chirurgiche” di tanti nostri volontari che ci aiutano a servire un numero sempre maggiore di pazienti e con operazioni sempe più complesse. 
E’ solo che, durante queste missioni, la normale pressione dei pazienti di Chaaria (circa 350 passaggi ambulatoriali al giorno ed una media di 30 nuovi ricoveri), crea a volte delle miscele esplosive in cui si è veramente stanchi e sull’orlo del crollo fisico ed emotivo.
Si ha sempre l’impressione di non farcela e di essere di fronte ad un’ondata di lavoro che rischia di affogarti.
Bisogna infatti tener conto che certi ritmi estremi (ieri siamo stati in sala dalle 5.30 di mattina alle 22) per il singolo gruppo di volontari dura  all’incirca tre settimane, mentre per noi si rinnova ogni tre settimane, quando il nuovo gruppo arriva con lo stesso entusiasmo e vuole nuovamente cercare di fare il massimo nei pochi giorni a sua disposizione.
Chaaria non ha più week end: il sabato è diventato come un lunedì e domenica scorsa abbiamo finito i pazienti ambulatoriali alle 17.
Questo non vuole essere un post lamentoso.
Siamo contenti di essere pieni di lavoro, e siamo felicissimi che i pazienti continuino a venire a frotte.
E’ un grande segno per noi che Dio è contento di noi: il giorno in cui vedessi l’ospedale vuoto e senza malati, io comincerei a chiedermi se il Signore non ci stesse mandando il messaggio che forse la missione di Chaaria è conclusa. 
Ma finchè i nostri reparti sono pieni, anche con due pazienti per letto, allora ho fiducia che Dio ci stia sussurrando che Lui ancora benedice il nostro lavoro ed ha bisogno delle nostre braccia.
D’altra parte, l’ho sperimentato tante volte nella mia stanchezza, che il Signore ti lascia arrivare fin sull’orlo del precipizio, e poi, quando ti sembra davvero di crollare, arriva un segno della Provvidenza, un incoragiamento, un fatto positivo che ti ridona speranza e buon umore... il nostro Santo Fondatore chiamava questi segni dell’ultimo momento le “carezze della Provvidenza”.
Certo è che in questo momento a Chaaria l’unico che ha una vita spensierata è senza problemi è Tofi, che mangia carne e pastasciutta, e passa le giornate spaparazzato al sole.
La vita da cane a Chaaria non la fa certo Tofi!


Fr Beppe


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