Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

mercoledì 30 aprile 2014

E' successo ancora




Oggi a Chaaria ho sperimentato ancora una volta la dolorosa piaga degli aborti clandestini: ho ricevutouna donna di 31 anni, normalmente sposata e con due figli. Lamentava dolori addominali gravi e perdite genitali maleodoranti. La paziente negava la gravidanza, ma l’ecografia ha dimostrato la presenza in utero di un feto morto ed ormai macerato, di età gestazionale sugli otto mesi.
La visita ginecologica mi ha sconvolto, perchè non mi sari mai aspettato di trovare quello che invece ho reperito. Ho infatti estratto un lungo rametto dalla cervice uterina della sventurata: il rametto sporgeva di poco dall’ostio cervicale ed era quasi tutto in utero. E’ quindi stato evidente per me che questa madre sposata regolarmente si era comunque rivolta ad una fattucchiera per essere liberata da una gravidanza non voluta.





Queste cosiddette “traditional midwives” non hanno alcuna preparazione medica. Esse inseriscono alla cieca un ramoscello di cassava direttamente nel collo uterino... operazione non sempre facile, e spesso risultante in lacerazioni e danni notevoli per future gravidanze.
Le donne pagano fior di quattrini per queste “operazioni”.

La cassava, credo contenga qualche sostanza chimica che induce le contrazioni.

Quando la paziente avverte i dolori del travaglio, deve quindi ritornare da colei che le ha inserito il rametto; deve farselo togliere e poi attendere il parto in qualche luogo segreto... naturalmente senza l’aiuto della fattucchiera, che non si sporcherebbe mai le mani con questo crimine.
Però, spesso la cervice non si dilata e si instaura una terribile infezione che induce la donna a correre in ospedale, dove noi regolarmente scopriamo il misfatto.

Le più resistenti invece fanno tutto da sole, e magari poi vengono ricoverate dopo vari giorni per anemia in quanto continuano a sanguinare ma non possono dirlo a nessuno.

Ci sono delle “cliniche degli aborti” che operano nella totale illegalità. Normalmente si tratta di infermieri o di clinical officers che gestiscono dei dispensari privati. Ufficialmente non eseguono pratiche abortive e curano pazienti ambulatoriali, ma poi dietro le quinte fanno i soldi con le cose più oscene.

Per noi è comunque molto stressante dover assistere anche queste situazioni, magari dopo aver speso molto tempo a consolare una mamma che ha perso il figlio al parto, o un’altra che invece non riesce a concepire e che rischia per questo di essere ripudiata proprio a causa della sua sterilità.

Per la paziente in questione è andato tutto bene: abbiamo indotto il travaglio con oxitocina; il parto podalico è avvenuto senza grossi problemi; abbiamo fatto una revisione della cavità uterina per eliminare tutti i residui post-abortivi ed abbiamo dimesso la paziente sotto antibiotici ad ampio spettro.

  
Fr. Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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