Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

giovedì 10 luglio 2014

Un abbraccio a tutto il mondo...

Carissimi lettori, da ormai circa otto anni, sono entrata in punta di piedi nelle vostre case, attraverso questo strumento così moderno come il blog, scrivendo pagine di vita e le emozioni di chi, dedica la propria ai poveri e agli ammalati.

Raramente ho scritto di mio pugno, sempre per lasciare spazio ed evidenza a chi merita molto più di me. È capitato che mi sia io stessa paragonata ad una penna con il calamaio, senza mai sostituirmi a chi ci ha nutrito con le sue ispirazioni.

Oggi, scrivo invece per dirvi che il blog, almeno per quanto mi compete, ha raggiunto il suo traguardo finale. 
Sono profondamente convinta che nulla sia eterno e che l'eternità possa esistere solo nel divenire: il blog è nato da una mia idea, un'intuizione che nasceva dalla volontà di condividere notizie e racconti emozionanti che leggevo da rare email che ricevevo dal Kenya, dopo essere stata volontaria a Chaaria. Sento di poter dire che è una mia creatura e per questo mi commuove scrivere queste parole.

Insieme a fr. Beppe, abbiamo deciso che la sua dote espressiva (che abbiamo poi avuto modo di sublimare con il suo libro) poteva essere condivisa con quanti interessati e così, da allora, ogni sera ho pubblicato i suoi scritti.




Il blog è poi cresciuto ed ha allargato le sue propaggini all'Associazione Volontari Missioni Cottolengo, di cui ne ha assunto ufficialità creando spazi anche per le missioni di Ecuador e India.
In questi anni ho ricevuto tantissimi messaggi di approvazione, iscrizioni alla newsletter delle pubblicazioni, con un crescendo continuo di visitatori per giorno.
Abbiamo pubblicato circa 3400 post con contenuti di varia natura, dal semplice racconto del quotidiano a veri trattati di medicina e pubblicazioni scientifiche per arrivare alle testimonianze dei volontari; abbiamo ottenuto diversi riconoscimenti negli eventi di Blog Awards; i lettori sono stati oltre 500.000 da diverse parti del mondo.
Anche grazie al blog, le realtà del Cottolengo sono state diffuse e, la contagiosità delle emozioni, ha coinvolto molti lettori ad un appuntamento quotidiano di lettura.
Molte iniziative hanno trovato il loro successo nella promozione telematica che ha sostituito il vecchio tam tam, e numerosi fondi sono stati raccolti grazie a questo, così come l'incremento e la pianificazione annuale dei volontari che si è resa possibile anche grazie alla divulgazione dei dati ed alla possibilità di aderire alla richiesta di disponibilità di risorse umane, la cui accertata professionalità, poteva essere di aiuto e di supporto ai fratelli che operano in prima linea.
Io non sono un webmaster, nè un tecnico. Io sono un'infermiera. Come tale, reputo lo strumento della comunicazione, essenziale tra gli esseri umani e soprattutto nei rapporti d'amore, a qualsiasi livello e sotto qualunque forma.
Ecco perchè ho creduto tanto nel blog, nel suo potere mediatico, nella sua potenzialità di produrre e lasciare impronte sui cuori delle persone e di stimolare la riflessione.
Ancor oggi penso sia così e sono convinta di quello che ho appena scritto. Ma il divenire di cui ho parlato all'inizio, quello che dovrebbe conferire il senso di eternità alle cose, mi spinge, per una serie di ragioni personali, ad interrompere questo flusso, in questa modalità.
Mi auguro che comunque, nel suo mutamento, il blog possa conservare la sua continuità con chi, dopo di me, se ne prenderà cura o appunto lo trasformi in qualcosa di ancora migliore di come lo abbia fatto io.
Nel frattempo, ricordo a tutti che esiste anche il canale di Facebook, in cui è presente sia Fr. Beppe, sia il gruppo “Chaaria Mission Hospital”, che io stessa creai diversi anni fa e che oggi, così scrupolosamente cura quotidianamente Enrico Fasano, che ringrazio con tutto il cuore. Esiste inoltre il sito del Chaaria Hospital (in lingua inglese), inaugurato pochi giorni fa e quello istituzionale del Cottolengo.
Ringrazio davvero con le lacrime agli occhi, tutti i membri dell'associazione e tutti coloro che hanno seguito questo blog e che mi hanno incoraggiato in tutti questi anni, nell'impegno costante al di sopra delle mie attitudini e capacità informatiche.
La vostra lettura, la vostra fedeltà, i vostri feedback, sono sempre stati per me slancio, forza e motivazione che  mi hanno consentito di “essere” in qualche modo infermiera, anche fuori da una corsia o dal mio pronto soccorso e mi hanno permesso di coltivare quell'aspetto così raro e prezioso dell'essere umano, che è la semplicità e l'essenza di ogni uomo, che può trapelare e raggiungere il cuore, solo attraverso la comunicazione.
Arrivare appunto, fino “ad un passo dal cuore” e dopo, saper aspettare che ciascuno di voi, di noi, la lasci entrare....
Un profondo e sincero ringraziamento a tutti, con l'augurio che in quel vostro cuore, arrivi per sempre un “raggio di sole” (mwanga wa jua).

Nadia


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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